Testimone inconsapevole PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Grossi   
Lunedì 15 Dicembre 2014 01:27

 

TESTIMONE INCONSAPEVOLE di GIANRICO CAROFIGLIO   

 

Il primo Carofiglio sembra avere uno stile scabro dal punto di vista meramente formale. Lo si deduce da certe scarse oliature sintattiche che emergono sovente e che gli fanno:

-                    “violentare” la consecutio temporum et modorum indispensabili ad una lingua  formalmente impeccabile;

-                    ignorare o gestire la punteggiatura in modo autonomo e disinvolto.

Ma questo, lungi dall’essere un limite, pare conferire ritmo e forza alla narrazione, sempre incisiva e ficcante. Il lettore che ama le opere e le analizza omnicomprensivamente non può, però, fare a meno di denotarne ogni anfratto e sfaccettatura stilistica.

In questo anelito “radiografico” non si può non sottolineare la tendenza ai colloquialismi in buona parte del tessuto stilistico (“Dissi a Maria Teresa di comunicare al signore che avrei potuto riceverlo fra dieci minuti…”, complemento di tempo espresso nelle modalità tipiche dell’interlocuzione diretta (“La riceverò fra dieci minuti”, laddove nell’indiretto ci si aspetterebbe “…che avrei potuto  riceverlo di lì a dieci minuti“ ovvero ”nel giro di dieci minuti”).

Il passaggio scabro e senza virgolette dal passato al presente, dalla dieghesis  alla mimesis, dal racconto alla rappresentazione (“No, non voleva la ricevuta, e che me ne faccio avvocato”, senza giunzione asindetica prima dell’apostrofe e senza punto interrogativo) è un ardimento  formale che rende il racconto ancor più compresente e sferzante, tanto più che lo scrittore si mostra capace di ribaltare tali arditezze, come a pag. 158, laddove la punteggiatura del discorso diretto si mescola al narrato e ai tempi dell’indiretto (“Una cronista  della ”Gazzetta del Mezzogiorno” mi vide per prima e si avvicinò. Come avrei impostato la difesa? Avevo testimoni a discarico? Pensavo che il processo sarebbe stato lungo?”). Né va sottaciuto dal lettore attento come questa scabrosità sembra sottendere alcune reminiscenze classiche: Euripide in alcuni dialoghi serrati della ”Medea” mescola le congiunzioni dichiarative tipiche dell’indiretto a tempi ed apostrofi del diretto). Dello stesso tenore possono esser considerati certi passaggi repentini, certe variationes nelle dipendenti, un attimo prima in forma esplicita e subito  dopo implicita (“Pensai che meritavo una cena con i würstel del Signor Rasputin e poi di finire al pronto soccorso”). Meno efficace dal punto di vista della lettura l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo nelle interrogative indirette o nelle dipendenti dai verba sentiendi/cogitandi (“Poi mi sembrò assurdamente difficile spiegare perché Sara non c’era e dove era andata”) e certi già citati “stupri” nella consecutio (“Mi sentii a disagio e allora pensai che noleggiavo un tal film poliziesco, tiravo fuori una  pizza surgelata, una  birra  grande, fredda e in un modo o nell’altro quel venerdì sera sarebbe passato”).

Ma il sostrato formale non sembra ignoto all’autore, poiché egli mixa forse intenzionalmente improvvisi picchi di regolarità sintattiche (pag. 42 “Dissi a Maria Teresa di farla passare nella mia stanza di lì a due minuti”, pag. 43 “le chiesi quale fosse il suo problema”) alle più frequenti irregolarità di natura colloquiale probabilmente indotte dalla ricerca di un ritmo narrativo più incalzante. Le levigatezze formali ed i picchi stilistici che però qua e là affiorano (si pensi alla pregevole sinestesia di pag. 73 ”Potevo sentire il rumore dei loro pensieri”) inducono a pensare, per quanto ha tratto con le ruvidezze fin qui descritte, più a una scelta che a un limite.

D’altronde, il Carofiglio saggista de “La manomissione delle parole” mostra ben altro registro letterario più levigato e nitido basato su un’accurata e capillare padronanza dello stile linguistico richiesto dalla tematica. La ruvida disinvoltura dei primi polizieschi sembra dunque un’opzione voluta e meditata per dare rapidità e “drammaticità” al testo, più rappresentato che narrato, anche se, a dirla  tutta, qualche dubbio sul perfetto possesso della punteggiatura e delle cesure sintattiche permane: non si spiegherebbe altrimenti la prevalente assenza (quasi sistematica) dell’asindeto prima di un’avversativa, ovvero il suo improvviso ed incongruo apparire prima di un “per” causale o di una dipendente relativa.

In fin dei conti nel lettore resta il dubbio se l’eterogeneità e l’alternanza degli stili sia perfetto frutto di decisioni narrative o se l’autore non abbia ancora smussato tutte le nozioni linguistiche e vada avanti più d’istinto senza il ”labor limae” artistico propedeutico ad un’opera perfetta in senso omnicomprensivo (laddove per perfezione si intende etimologicamente la compiuta analisi di ogni componente - tematica, grammaticale, lessicale e contenutistica -)

Andrebbe emendato, a dire il vero, anche il Carofiglio dialettografo che scrive:

-          figgh anziché figghje, mangiandosi la semiconsonante e la vocale strozzata in gola che rendono leggibile e ortodossamente traslitterato il suono del vocabolo dialettale;

-                    vaffammoc con una sola  velare sorda in clausola anziché con la geminata regolamentare (vaffammocc).

Il mondo dei professionisti descritto da Carofiglio è lo stesso che si ritrova più avanti nell’altra opera più matura, ”Il passato è una terra straniera”, tutto intriso di nichilismo cinico ed assuefatto, laddove gli stimoli vocazionali e le regole morali sembrano silenziati e sdruciti in una quotidianità che li rende asfittici e infertili. Emerge in questo quadro ripugnante la commistione più repellente tra legale ed illegale proprio nelle figure professionali che più dovrebbero sottendere scelte motivazionali e codici deontologici rigorosi: ecco in tal senso l’avvocato evasore fiscale, il  medico legale incapace, il vigile urbano distratto per paura.

A tutta prima non pare emergere nell’autore l’ansia renovationis mundi, ma semplicemente un intento fotografico che sfiora appena i toni della riprovazione, allorché il disagio esistenziale e la crisi di valori individuali generano inevitabili guasti alla vita privata dei personaggi principali. Tale è la situazione del Giorgio protagonista de “Il passato è una terra straniera” come quella dell’avvocato Guerrieri, figura di spicco in “Testimone inconsapevole”.

Interessante in questa opera la svolta di stampo hahnemaniano (similia similibus curantur) che pare intraprendere il protagonista: al punto più basso dell’autostima (matrimonio fallito, esaurimento nervoso, nausea professionale) egli ha una svolta motivazionale abbracciando la causa del senegalese, relitto sociale in naufragio esistenziale come lui, sebbene per eziogenesi antipodica. Per chi legge e commenta non è una soluzione peregrina, ma sovente un approccio oserei dire “omeopatico” determinante e risolutivo.

Ecco, se c’è un messaggio in Carofiglio, è questo: solo vedendo chi sta  peggio si possono recuperare le valenze e gli stimoli che la quotidianità ha silenziato e seppellito in noi. L’avvocato Guerrieri nella sua imprecazione ad Abdou (“Fanculo i soldi!”) sintetizza l’ansia rebellistica al se stesso umiliato da sé e dagli infingimenti di una professione divenuta troppo ricca, troppo agevole, troppo compromissoria. Pur nella cognizione della scabrosità di un percorso siffatto, sensazione che l’autore compendia mirabilmente nella chiosa del capitolo della risalita professionale con l’amaro accenno alla multa per divieto di sosta nei pressi della Casa Circondariale, l’impulso pare fisiologico ed irrefrenabile. Come parallelamente quello della rinascita individuale nella sfera del privato: il capitolo della cena a casa della neo co-inquilina dà la stura al meglio dell’autore dal punto di vista contenutistico e stilistico, quasi egli si trovi a suo agio più nell’introspezione che nell’azione di impronta thriller. Lo stile ne è litmus paper evidente: levigato, morbido, più incline a strutture sintattiche ortodosse e pregne di un’attenzione formale (con l’unica eccezione di un’interrogativa diretta senza punto interrogativo a pag. 154) che sorprende chi ha assistito alla prosa nervosa ed irregolare delle pagine precedenti.

Un’ultima doverosa osservazione contenutistica: Carofiglio tende nelle sue opere ad essere eticamente inerte, evitando volutamente finali che si configurino a tutto tondo a lieto fine. Il crinale della risalita individuale professionale viene asciuttamente intravisto senza indulgere a ovvie solarità, quasi che incomba immanentemente un disincanto scettico sulle capacità,come dire, ”manutentive” del tono morale dei protagonisti con la quotidianità usurante potenzialmente sempre in agguato. Ed in tal modo l’autore sembra lasciare, nelle chiusure delle sue storie, l’uscio socchiuso ad una nuova vicenda magari analoga e pur sempre singolarmente interessante e densa di spunti che rendono  in itinere avidamente interessato il lettore.

Questo credo sia il marchio di originalità essenziale in Gianrico Carofiglio.

 

Mariano Grossi

 

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it

http://www.libreriauniversitaria.it/testimone-inconsapevole-carofiglio-gianrico-sellerio/libro/9788838918001?a=415021

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