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L'amore liquido PDF Stampa E-mail
Scritto da Giusy di Dio   
Giovedì 27 Novembre 2014 01:42

 

L’AMORE LIQUIDO di GIUSY DI DIO      

 

“So che la mia solitudine è disumana.”    

Nicolas De Staël

 

Quattro del mattino. Silvia ti afferra un braccio, lo scuote. Riemergi dall'apnea di un sonno tormentato. Hai lo stomaco sottosopra, la bocca impastata. Quando apri gli occhi, la nausea prende il sopravvento. Assume le sembianze di una manciata di ostriche ordinate su un vassoio d'argento. Fanno bella mostra di sé accanto a calici colmi di spumante. Ti domandi se anche lei stia così male, se è questo il motivo che l’ha indotta a svegliarti. Forse no. Non l'hai vista mangiarle mentre le divoravi a mani piene, te ne saziavi come hai fatto con il vostro amore.

La tavola imbandita è quella di poche ore fa, della cena di Capodanno. Con gli amici, avete mangiato e bevuto. Tentato di divertirvi. Dopo il brindisi e i balli, esausti, tu e Silvia siete tornati a casa. L'euforia etilica che scorreva nelle vene vi ha fatto compagnia per tutto il tragitto. In macchina, cantava vecchie canzoni di Battisti, De Andrè. A casa è svaporata, foschia notturna che svanisce alle prime luci dell'alba.

«Andrea». 

Ora, nel letto, lei ti chiama. Controlli lo stomaco, il respiro, prima di rispondere.

«Sto cercando di dormire».

«Devo parlarti».

Senti una nota spezzata nella sua voce, una specie di incertezza, ma stai troppo male per curartene, per prestare l'attenzione dovuta. Riesci solo a ricordare che poco prima, alla festa, quando le hai sussurrato all'orecchio che la ami come il primo giorno, ha sorriso con compassione, sganciando lo sguardo dal tuo per cercare chissà cosa sul pavimento. Siete sposati da dieci anni. Da qualche tempo la fede al dito le pesa tanto da non riuscire a portarla.

Non te ne intendi di matrimoni andati a male – non sono il tuo forte – ma sai riconoscere i segni del loro sgretolamento. Quelli che vedi da un anno a questa parte sono grandi porzioni di calcinacci che si staccano dalla parete della vostra unione, crollano a terra, esplodono con tonfi assordanti. Non c’è un ricordo preciso del momento in cui tutto questo ha avuto inizio. Nessuna scossa tellurica di particolare intensità. L'impressione è che il deterioramento sia cominciato nell'istante stesso in cui vi siete incontrati. L'entropia del vostro sentimento è una forza intrinseca in esso. Ha preso a esistere fin dalla nascita. Non si alimenta di altro.

Scosti il cuscino, cambi posizione. Cerchi di rimandare indietro la cena che risale contro la tua volontà. Speri che la gravità ci metta del suo, mostri più impegno dello stomaco.

«Non puoi aspettare fino a domattina?».

La voce ora è un lamento, un conato tenuto a bada.

«No, non più».

Non si è nemmeno accorta che sei tramortito da un'intossicazione, da un organismo alieno che ha preso dimora nelle viscere e da dentro ti tortura.

Ti aspetti da un po' di dover raccogliere brandelli del vostro rapporto – negli ultimi tempi ti sei tenuto allenato – ma questa notte, davvero, non ci riesci. Sei stato colto in un momento di debolezza, vulnerabile. Devi restare concentrato sui polmoni. Inspiri ed espiri con metodo. Per ora, non riesci a fare altro.

Tieni le palpebre chiuse anche se la stanza è buia. Hai paura di perdere il controllo. Un'ombra, un movimento leggero, potrebbero far precipitare la situazione. Vieni scosso da un brivido che ti sparge sudore addosso.

Nell'oscurità, cerchi il lembo del piumone, scivoli fuori. Devi fare piano, mantenere la calma. In questo stato fai fatica a orientarti, a capire da che parte sia il bagno. Tenti una direzione. Forse, nell'oscurità, lei può indovinare il tuo passo incerto, come sei proteso in avanti, combattuto da emozioni contrastanti. Vorresti andare veloce ma devi mantenerti lento, contenuto. Intendi conoscere il fondo dei suoi pensieri ma temi ciò che potrebbero confessarti, l'abisso che li accoglie. Ripensi ai suoi occhi di prima. Vuoti a rendere. Dicevano arrivederci e grazie. 

Trovi la maniglia, apri la porta e ti accucci sul water. Vomiti con violenza. Getti fuori il veleno dallo stomaco insieme all'idea che lei possa lasciarti. Non hai una parte consapevole in tutto questo. Il corpo, attraversato da scariche di malessere, si muove a un ritmo vecchio di milioni di anni. Alla fine, rimetti bile. Muori a ogni conato inutile. Piegato su te stesso, ti arrendi a questa umiliazione fisica.

Dopo stai un po' meglio, riesci a lavarti, a infilarti a letto. Sai che è una tregua breve, una pace temporanea. Devi trovare il Plasil, se vuoi arrivare vivo all'alba, sopportare la sensazione della supposta che si squaglia.

Sono queste le premesse per il nuovo anno. 

Silvia osserva in silenzio, lascia che completi questo procedimento fastidioso senza dire una parola. Alterna espressioni di pietà a insofferenza malcelata.

Quando hai finito, cerchi la forza di parlare.

«Hai mangiato le ostriche?».

Solo il nome ti dà il voltastomaco.

«No».

Già, non le ha nemmeno guardate. Anche il brindisi è stato una farsa, tutto un sorridere e un appoggiare le labbra su un bicchiere sempre uguale a se stesso. Ha finto di cenare, finto di festeggiare.

«Devo averne presa una avariata».

«Non è possibile. Erano di prima scelta».

«Come fai a dirlo?».

«Sergio le ha fatte arrivare dalla Bretagna».

Sergio. Quel suo amico, quel ricco nullafacente che cala tra i mortali irradiando fulgido splendore ti risulta più indigesto dei suoi maledetti molluschi. Hai accettato di andare alla festa solo per lei, per non fornire nuovi pretesti a un conflitto vecchio.

«Non ne hai assaggiata nemmeno una», commenti.

«Non è un problema mio se tu, invece, hai tentato il suicidio ingozzandoti. Dovresti cominciare a comportarti da adulto, capire quando la misura è piena».

Ti domandi di che misura stia parlando, nello specifico. Sei certo che l'oggetto della conversazione sia stato spostato su altro. Ha questa capacità di generare e cogliere assist in autonomia. E poi, è diventata scorretta. Non smette di attaccare nemmeno quando sei riverso tra la vita e la morte. Combatte senza esclusione di colpi una guerra di cui non afferri lo scopo, la terra di conquista. Non replichi. Questa notte, la resa è il minore dei mali. Sei troppo debole e vuoto, per affrontarla.

«Cosa dovevi dirmi?».

Fingi di volerlo sapere davvero. In realtà, desideri solo tornare a dormire, sprofondare nell'oblio, nel buio di un sonno inconsapevole.

«Voglio il divorzio».

Spiazzano comunque. Finché non le senti, queste poche parole pronunciate con fermezza, puoi illuderti che siate ancora una coppia salda e le tue solo elucubrazioni senza fondamento. Dopo, no. Diventi consapevole che tutto cambierà.

La luce incerta della lampada le dipinge segni sul volto, rughe profonde che disegnano tristezza intorno alla bocca. La rendi malinconica. Anche gli occhi stanno dicendo che non sopportano più i litigi, la quotidianità. Che fatica a viverti accanto. 

Non sei in grado di rispondere, ne hai piene le tasche di stare sdraiato senza contorcerti e questo, ora, non aiuta. Riesci solo a realizzare che è andato tutto a rotoli. Rifletti su responsabilità, colpe, incomprensioni.

 

Giusy di Dio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(disponibile solo in versione digitale)

 

ISBN: 9788867754960

Pagg. 86 - Euro: 2,99

Editore: Delos Digital

Genere: Narrativa contemporanea

Anno 2014

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