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La mafia uccide solo d'estate PDF Stampa E-mail
Scritto da Patrizia Palese   
Venerdì 25 Aprile 2014 07:13
 

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE regia di PIERFRANCESCO DILIBERTO


 

La storia, perché di storia si tratta in tutto il suo svariato repertorio cromatico, inizia subito. Il regista vuole catturare l’interesse dello spettatore da subito, usando tutti i più conosciuti mezzi, anche quelli più prevedibili, per obbligare gli occhi e la mente a seguirlo: i colori, l’animazione, la violenza, il buio e tutto questo che si alterna come fuochi d’artificio. Il famoso clichè di “Sesso, Sangue, Soldi” sembra, fin dall’inizio, presente e con il procedere delle immagini le tre Esse si scambiano i ruoli, scelgono personaggi diversi, trasformando in momenti di ilarità là dove dovrebbe esserci il dominio dell’orrore e della paura.

Una per tutte la scena del cadavere che il tirapiedi di Reina sta sciogliendo nell’acido mentre mangia un panino, perché il lavoro non gli permette nemmeno di mangiare in pace con la famiglia o, se si vuole andare ancor di più nell’assurdo, la soluzione che viene data a un picciotto che vuole sposare una fanciulla “impossibile”, in quanto figlia di divorziati: se si ammazza il padre di lei, tutto ritorna nelle regole di Cosa Nostra, in quanto la giovine da “impossibile” si trasforma in orfana di padre. Pif,o per dirla in esteso, Pierfrancesco Diliberto, regista e interprete, non gigiona come un nostrano Forrest Gump; lui, Pif/Arturo, lo dice fin dall’inizio che a Palermo con la Mafia ci si convive tutti i giorni.

Un film che rappresenta una realtà normale nell’assurdo della storia: quello che dagli inizi degli anni ’70 fino alla fine degli anni ’90 veniva registrato con puntuale orrore sulle pagine dei quotidiani, nella vita di Arturo si lega solo a una quotidianità che appare fatale nel suo procedere, intervallata dal filo rosso di una storia d’amore iniziata sui banchi di scuola.

Eppure nemmeno un minuto è stato omesso nel percorso di anni come quelli che il protagonista, insieme a tutta la Sicilia e la Nazione, è costretto a vivere, ma senza epici grida di orrore, senza inutili desideri di vendetta…tutto appare assurdo e orribile, come solo gli occhi di un bambino può vedere. E da questa visione deformata dall’innocenza ne scaturiscono immagini e battute che fanno sorridere come nella festa in maschera, dove rappresentare Andreotti è  per Arturo un punto distinzione, fino a quando l’uccisione del giudice Chinnici fa crollare simbolicamente il poster di Andreotti dal muro, dove era stato messo e voluto dal ragazzino, quasi a protezione di se stesso e dei suoi sogni.

Come in tutte le storie d’amore, anche questa finisce nel migliore dei modi, ma se per tutto lo scorrere della storia, volutamente o meno, il protagonista sembra aver preso  le distanze da una realtà che non si adattava a lui, alla fine con un incredibile padronanza del mezzo, corre sulle lapidi dei morti per mafia narrando a quel figlio, nato dalla sua storia d’amore, che cresce apprendendo, che essere siciliano e italiano non è un salto a ostacoli, ma una volontà di essere se stesso, come gli dichiara, senza enfasi, suo padre dicendo a quel bambino che quei nomi erano di persone e non di eroi, i quali avevano una caratteristica in comune: credevano nella giustizia.

Un film che dal punto di vista economico non deve essere stato così oneroso, ma, ancora di più, se qualcuno lo avesse dimenticato, reale manifestazione del genio e talento di casa nostra.

Le lunghe carellate sulle vie di Palermo, il soffermarsi su particolari, come la via dove muore Lima mentre cerca di scappare, il sovrapporre le immagini di reportorio dei funerali e delle uccisioni, non è soltanto, a mio parere, una soluzione tecnica: si vuole far toccare con mano che quella città esiste e non è solo un nome, indica anche l’amore che, nonostante “loro”, i bambini di allora continuano a provare per la loro città, per la loro terra…bambini che sono cresciuti all’ombra di tanta inutile e stupida gente, cosidetta d’onore.

L’attenzione del regista e di tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione del film è stata raffinata: persino nella parlata di tutti i giorni, attrici come la Capotondi, romana D.O.C., si è voluto creare un effetto di lingua madre, con le vocali ben distinte.

Tutto diventa necessario per creare un film dalle atmosfere concrete, come i colori, i sapori, i profumi di una Palermo che appartiene a tutti.

Ben meritati i due David, ma molto di più sarebbe far sì che un lavoro del genere diventasse un appuntamento per le scuole: far vedere per insegnare la vita, quella utile e poterla così distinguerla da quella inutile.

 

Patrizia Palese

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