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Fondata sul lavoro, la solitudine dell'art. 1 PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Lunedì 26 Agosto 2013 11:08
FONDATA SUL LAVORO, LA SOLITUDINE DELL'ART. 1 di  GUSTAVO ZAGREBELSKY
 
L’art. 1 della nostra carta costituzionale è il prodotto del costituzionalismo moderno e delle lotte che hanno coinvolto più di una generazione. Esso contiene un principio che non è stato dichiarato sull’onda di un’emozione contingente, ma soggetto a uno sviluppo e a un percorso non brevi. Non si tratta di un esercizio retorico privo di significato sul piano sostanziale. Tutt’altro.
Il momento cruciale è stato sicuramente la Rivoluzione Francese, che iniziò a minare le fondamenta dell’Ancien Régime senza debellarlo del tutto. Lo storico Arno Mayer, nel volume Il potere dell’Ancien Régime fino alla prima guerra mondiale, precisa che esso è stato vinto definitivamente molto più tardi. 
 
 
 
 
 
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Procedendo con ordine, in una prima fase si è screditata la distinzione tra padroni e servi, tra chi viveva di rendita e chi si metteva sotto padrone per sopravvivere. L’origine della distinzione derivava da un retaggio che più antico non poteva essere, che contrapponeva il concetto di sui juris a quello simmetricamente contrario di alieni juris. Il soggetto sui juris di fatto era padrone di sé, titolare di diritti e doveri, giuridicamente autonomo. Il soggetto alieni juris in diritto romano era chi si trovava in una posizione di minorità, sottoposto all’autorità altrui, per esempio quella paterna (i figli, la moglie, le nuore) o quella di un padrone (gli schiavi). Fa specie notare che rimasugli di queste categorie fossero durati fino a Settecento e Ottocento (per non dire Novecento) inoltrati. 
Parallelamente la distinzione tra padroni e servi rispecchiava una concezione del lavoro ritenuta insuperabile, dettata persino dal diritto naturale e, di fatto, durata fino alla promulgazione della Costituzione. 
Il principio di fondo era questo:
perché ci possa essere libertà di alcuni, ci deve essere la condizione servile di altri.
Il primo passo è stato compiuto dal costituzionalismo moderno, il cui ideale art. 1 sarebbe suonato così: 
L’Italia è una Repubblica fondata sul diritto di proprietà. 
Il salto non è stato di poco conto. Se fino a poco prima per diritto naturale si distingueva il padrone dal servo, con Marx le distinzioni di classe trovavano la loro origine nella proprietà, e nella fattispecie, in quella dei mezzi di produzione. Il padrone è il capitalista perché ha il capitale, il lavoratore è il salariato, proprietario delle braccia che pone al servizio del primo. In apparenza il cambiamento sembra minimo: di fatto a crollare erano le istituzioni feudali, a favore dell’emergente classe borghese. Anche se in termini diversi, di padroni e servi si continuava tuttavia a parlare.
Corollari di questa costruzione erano i) che i diritti civili spettavano solo agli uomini liberi, ai sui juris; ii) che il lavoro convergeva con una condizione servile, di per sé estranea a una qualsiasi partecipazione democratica. Questa era la logica del suffragio ristretto.. 
Mettere al primo posto il lavoro nella carta costituzionale e, attraverso esso fondare la repubblica, costituiva un rovesciamento senza precedenti: da elemento discriminante il lavoro diveniva caposaldo dell’ordinamento e della sua essenza democratica. Veniva meno il discrimine tra padroni e servi.
Da qui si vede come l’art. 1 della carta costituzionale abbia rovesciato principi a seguito di un percorso storico impegnativo e turbolento. Esso non è entrato in vigore nel 1800, o nel 1861, ma nel 1948 e cioè dopo le guerre mondiali. Ci ha messo più di centocinquant’anni: dal 1789 al 1948.
Si è operata, con il 1948, di fatto una rivoluzione i cui effetti stanno sbiadendo. 
Da qui il senso del libro di Zagrebelsky. La concezione del lavoro espressa in apertura della costituzione non è un artificio retorico, ma qualcosa che impegna e deve impegnare l’agire politico, le politiche del lavoro e le politiche economiche. 
Il lavoro è sì un diritto, spiega Zagrebelski, ma per sua natura è condizionato dalla politica. 
Ebbene l’Ancien Régime debellato con le guerre mondiali (seguendo la suggestiva ricostruzione di Arno Mayer) sta guadagnando terreno attraverso strumenti nuovi, primo fra tutti la Finanza, davanti alla quale la stessa politica è asservita, esprime debolezza. Il lavoro tende gradualmente a tornare quello che era, semplicemente un fattore produttivo al pari di altri, privo centralità così solennemente dichiarata.
La lettura di questo excursus, come una proficua lezione di diritto costituzionale, ci restituisce il significato genuino di alcuni termini, avvertendoci di un paradosso senza precedenti: la politica dovrebbe essere condizionata, nella sua azione, dalla centralità del lavoro e, con esso, dalla centralità dei diritti umani. Invero si trova essa stessa soggiogata da un padrone (la Finanza) che la condiziona pesantemente, fino a pregiudicare l’esistenza stessa di uno Stato, asservendo il suo ordinamento.
 
  
Davide Dotto
 
  
 
 
 
 
 
 
 
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