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I Nefilim: il popolo dei razzi fiammeggianti PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Domenica 29 Marzo 2009 00:00
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I Nefilim: il popolo dei razzi fiammeggianti
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I NEFILIM: IL POPOLO DEI RAZZI FIAMMEGGIANTI

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(Da "IL PIANETA DEGLI DEI" di Zecharia Sitchin – Edizioni PIEMME S.p.a. 1998)

Come dimostrano i testi sumerici e accadici, i popoli dell’antico Medio Oriente erano certi che gli Dèi del Cielo e della Terra potessero alzarsi dalla Terra e salire al Cielo, come pure vagare nei cieli a loro piacimento.

La dea Inanna, ad esempio, viaggiava da una parte all’altra del cielo, coprendo enormi distanze: un’impressa possibile solo: volando. E, in un’altra occasione è la dea stessa a parlare del suo volo. In un testo che S. Langdon (in «Revue d’Assyriologie ed d’Archeologie Orientale») intitolò Una liturgia classica di Innini, la dea si lamenta di essere stata espulsa dalla sua città. Obbedendo a un ordine del dio Enlil, un suo emissario, che «mi portò la parola del Cielo», entrò nella sala del trono, «mi mise addosso le sue mani sporche» e, dopo altre umiliazioni,

 

dal mio tempio

mi costrinsero a volar via.

Una regina come me, dalla mia città,

come un uccello mi fecero prendere il volo.

 

La capacità di volare, di Inanna come di tutti i principali dèi, veniva spesso rappresentata nelle raffigurazioni artistiche –che per il resto erano sempre antropomorfe- con delle ali. Le ali, come si può vedere da numerose raffigurazioni, non facevano parte del corpo: non erano dunque ali naturali, ma piuttosto un’aggiunta decorativa all’abito del dio.

 

 

Inanna/Ishtar, i cui lunghi viaggi sono ricordati in molti testi antichi, faceva la spola tra il suo iniziale dominio di Aratta e la tanto desiderata dimora di Uruk. Andò dal dio Enki nella città di Eridu e dal dio Enlil a Nippur, e si recò a far visita a suo fratello Utu nella sua sede di Sippar. Ma il suo viaggio più famoso fu quello che compì negli Inferi, regno di sua sorella la dea Ereshkigal. Questo viaggio costituì il tema non soltanto di racconti epici, ma anche di raffigurazioni artistiche su sigilli cilindrici, che mostrano la dea munita di ali, per sottolineare il fatto che in volo era andata da Sumer agli Inferi.

 

 

I testi che raccontano questo viaggio pericoloso ci dicono che, prima di prendere il volo, Inanna si mise addosso sette oggetti, che dovette via via abbandonare passando attraverso le sette porte che conducevano alla dimora di sua sorella. Sette oggetti simili vengono anche citati in altri testi relativi ai viaggi celesti di Inanna:

 

1. la SHU.GAR.RA si mise sulla testa.

2. "Pendenti misuratori" alle orecchie.

3. Catene di piccole pietre blu attorno al collo.

4. "Pietre" gemelle alle spalle.

5. Un cilindro d’oro nelle mani.

6. Cinghie che le stringevano il petto.

7. La veste PALA, avvolta attorno al corpo.

 

Anche se nessuno è riuscito ancora a spiegare la natura e il significato di questi sette oggetti, siamo certi che la risposta è già a portata di mano. Durante la campagna di scavi che dal 1903 al 1914 interessò l’area di Assur, la capitale assira, Walter Andrae e i suoi colleghi portarono alla luce nel tempio di Ishtar una statua della dea che, sebbene alquanto danneggiata, mostrava diversi marchingegni attaccati al petto e alla schiena.

Nel 1934 un’altra squadra di archeologi impegnata a Mari si imbatté in una statua analoga, e questa volta intatta, sepolta sotto terra. Essa rappresentava una bella donna a grandezza naturale, con in testa un copricapo adorno con un paio di corna, chiaro segno che si trattava di una dea. Pur avendo circa 4000 anni quella statua era talmente somigliante a un essere umano da sembrare quasi viva, tanto che in una fotografia si riusciva a stento a distinguerla dalle persone che le stavano intorno. Gli archeologi la chiamarono La dea con un vaso, poiché teneva in mano un oggetto cilindrico.

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A differenza delle incisioni o dei bassorilievi, questo tipo di rappresentazione della dea, tridimensionale e a grandezza naturale, rivela interessanti particolari di abbigliamento. In testa Inanna non indossa un elegante cappellino, ma uno speciale elmetto, dal quale sporgono due oggetti calcati sulle orecchie, che ricordano le cuffie di un pilota. Attorno al collo e sul petto compare una collana fatta di piccole pietre, probabilmente preziose, mentre le mani reggono un oggetto cilindrico che sembra troppo spesso e pesante per essere un vaso per l’acqua.

Sopra una blusa di tessuto trasparente, il torace della dea è attraversato da due cinghie parallele che si uniscono dietro e reggono, dietro il collo, una strana scatola di forma rettangolare, strettamente legata all’elmetto per mezzo di un laccio orizzontale.

La scatola doveva contenere qualcosa di molto pesante, perché sulle spalle della dea vi sono due grandi spalline con funzione di sostegno. Ad accrescere ulteriormente il peso della scatola vi è anche un tubo legato alla base da un morsetto circolare. L’insieme di questi strumenti - perché di questo senza dubbio si tratta - viene tenuto fermo da due serie di cinghie che attraversano la schiena e il torace della statua.

 

 

É evidente la corrispondenza tra i sette oggetti di cui Inanna aveva bisogno per i suoi viaggi nel cielo e l’abbigliamento che caratterizza la statua di Mari (e probabilmente anche quella mutilata trovata nel tempio di Ishtar ad Assur). Ritroviamo infatti i "pendenti misuratori" - le cuffie- alle orecchie; le file o "catene" di piccole pietre attorno al collo; le "pietre gemelle" - le due spalline- sulle spalle; il "cilindro d’oro" tra le mani e le cinghie nella "veste PALA" ("veste da sovrano") e ha in testa l’elmetto SHU.GAR.RA, una parola che letteralmente significa "ciò che fa andare lontano nell’universo".

L’impressione è dunque che Inanna sia vestita da aeronauta, o da astronauta.

L’Antico Testamento chiamava gli "angeli" del signore malachim – letteralmente "emissari", che portavano i messaggi degli dèi e ne eseguivano gli ordini. Come molte fonti lasciano intuire si trattava di una sorta di "aviatori" divini: Giacobbe li vide salire al cielo su una scala, ad Hagar (concubina) di Abramo essi parlarono dal cielo, e furono sempre loro che, dall’aria, portarono la distruzione a Sodoma e Gomorra.

Il racconto biblico dei fatti che precedettero la distruzione delle due peccaminose città fa capire che questi due emissari erano, da una parte, del tutto antropomorfi, e, dall’altra, che potevano a prima vista essere scambiati per "angeli". Sappiamo che apparivano sempre improvvisamente. Abramo «levò lo sguardo ed ecco, vi erano tre uomini in piedi davanti a lui». Inchinandosi a loro e chiamandoli "miei Signori", li supplicò: «Non passate sopra il vostro servo senza fermarvi», e li convinse a lavarsi i piedi, riposarsi e mangiare.

Dopo aver fatto ciò che Abramo aveva richiesto, due degli angeli (il terzo "uomo" si rivelò essere il Signore stesso) proseguirono per Sodoma. Lot, il nipote di Abramo, «era seduto alle porte di Sodoma; e quando li vide si alzò per andare loro incontro e si prostrò a terra dicendo: "Vi prego, miei Signori, fatemi l’onore di venire nella casa del vostro servo a lavarvi i piedi e a passare la notte". Quindi "preparò per loro un banchetto, ed essi mangiarono". Quando si diffuse in città la notizia dell’arrivo dei due, tutti gli abitanti della città, giovani e vecchi, circondarono la casa, chiamarono a gran voce Lot e gli dissero: "Dove sono gli uomini che stanotte sono venuti da te?"».

Uomini, dunque: esseri umani che mangiavano, bevevano, dormivano e si lavavano i piedi affaticati, e tuttavia esseri che, a prima vista, tutti riconoscevano come angeli del Signore. Com’è possibile? L’unica spiegazione plausibile è che la gente li riconoscesse dal loro abbigliamento – elmetti o uniformi – o dalle armi che portavano. Che essi portassero armi speciali è certamente possibile: quando i due "uomini" arrivati a Sodoma, rischiarono di essere linciati dalla folla, si difesero «colpendo la gente all’entrata della casa con la cecità… e la gente non riusciva più a trovare la porta». E un altro angelo, apparso questa volta a Gedeone quando questi fu scelto come Giudice d’Israele, gli diede un segno divino toccando con il suo bastone una roccia, dalla quale cominciò a scaturire una fiamma.

La squadra di archeologi guidata da Andrae scoprì poi un’altra insolita raffigurazione di Ishtar nel suo tempio ad Assur. Più simile ad una pittura murale che ad un bassorilievo, essa mostra la dea con un aderente elmetto decorato e munito di grandi "cuffie"; gli occhi sono coperti da due occhialoni che sono parte integrante dell’elmetto. É evidente che chiunque trovandosi di fronte ad una persona così bardata, avrebbe l’impressione di trovarsi davanti a un aeronauta divino.

 

Gli "occhialoni" sono una caratteristica molto interessante, perché il Medio Oriente del IV millennio a. C. era letteralmente invaso da sculture molto sottili che raffiguravano in maniera stilizzata la parte superiore del corpo della divinità, esagerandone la caratteristica più evidente: un elmetto conico con una visiera o occhialoni di forma ellittica. Una serie di stauite di questo genere fu trovata a Tell Brak, un sito preistorico sul fiume Khabur, sulle cui rive, parecchi millenni dopo, Ezechiele avrebbe visto il carro divino.

 

 

L’Antico Testamento ci dice che il profeta Elia non morì sulla Terra, ma «salì al Cielo portato da turbine di vento». E non si trattò di un evento improvviso e inaspettato, ma anzi accuratamente preparato. Fu detto a Elia di andare a Beth-El ("la casa del Signore") in un determinato giorno, e tra i suoi discepoli si era già diffusa la voce che egli stava per essere assunto in cielo. Quando chiesero al suo aiutante se la voce rispondeva al vero, egli confermò che sì, in effetti «oggi il Signore porterà via il Maestro». Quindi

 

Apparve un carro di fuoco,

e cavalli di fuoco…

Ed Elia salì al Cielo

Portato da un turbine di vento.

 



 

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