Latte di cammella PDF Stampa E-mail
Scritto da Pia Barletta   
Mercoledì 15 Agosto 2012 00:42

 

LATTE DI CAMMELLA di MARIO GRASSO 

 

Vanni Ossarg, giornalista, fa uno strano sogno: una voce di donna gli chiede aiuto. Il giorno successivo riceve una misteriosa telefonata: un uomo gli anticipa la notizia che ha vinto un premio giornalistico con il servizio sul movimento di emancipazione del delta del Niger. Il suo interlocutore gli chiede un appuntamento e Vanni, forse spinto più che altro dalla strana coincidenza, accetta. Durante il tragitto gli accadono ulteriori insoliti fenomeni: l’impianto elettrico della sua auto cessa di funzionare, forti folate di vento accompagnano un’anomala e fitta  nebbia che gli impedisce la visibilità. Nonostante ciò, Vanni riesce in qualche modo a raggiungere una radura con al centro una chiesetta semidistrutta e abbandonata, lì, ad accoglierlo, un uomo dall’aspetto familiare.  La chiesa, un tempo, ospitava monaci cistercensi, ma era stata abbandonata dopo che inquietanti presenze si erano manifestate in varie occasioni. Questo è l’inizio di LATTE DI CAMMELLA, sembrerebbe un paranormal e, in un certo senso, lo è. L’amabile ospite che attende Ossarg ha una figlia, Sonia, i due vorrebbero affidargli il compito di recarsi in Sierra Leone per realizzare reportage e attirare così l’attenzione dei media sulla disastrosa situazione in quella zona.  Vanni, spinto forse più dal presagio e dallo sguardo di Sonia, accetta, prima però dovrà recarsi in Somalia per un incarico assunto con il suo giornale. In Somalia prima e Sierra Leone dopo, inizia dunque un viaggio allucinante che nemmeno la più fervida mente di uno scrittore horror potrebbe partorire. L’inferno esiste, ed è dietro l’angolo, in luoghi martoriati dove prendono corpo i peggiori incubi. Lì, dove la guerra non si combatte con le bombe, non fa rumore e non ci rimanda nessuna eco, dove si combatte con i machete, amputando manine o piedini di bimbi per “dare l’esempio”. Dove gli squali infestano le coste perché attirati dagli scarti dei macelli abusivi e non. Dove si applica ancora la sharia e l’infibulazione, dove le droghe vegetali servono per calmare i morsi della fame o tirare fuori il coraggio di uccidere innocenti. Dove si muore di malattie perché non esiste assistenza sanitaria benché  i mari siano diventati la discarica degli occidentali. Dove un’impressionante percentuale di donne muore ancora di parto e i bambini vengono vaccinati due, tre e più volte per avere in cambio una zanzariera, e la morte dei loro figli diventa solo un incidente di percorso dovuto alla disperazione. L’Africa, il continente più ricco per miniere di diamanti e per l’oro nero, è anche il più povero, un paradosso voluto da noi occidentali prima di tutto. Ogni singolo diamante che orna il dito o il collo di una donna gronda sangue di bambini innocenti, impiegati per la loro esilità che consente di raggiungere (nelle miniere) punti inaccessibile agli adulti. Quando non sono più in condizioni di lavorare, quei bambini, quelli che sopravvivono, hanno ormai perso la vista. Il carburante che usiamo per andare al lavoro, o per fare una semplice passeggiata, ha un prezzo altrettanto alto, ma lo pagano sempre loro: i poveri! Potere e ricchezza, sono questi i veri mali dell’uomo. L’uomo, l’animale più letale del mondo al vertice della catena alimentare, non esita a nutrirsi dei propri simili, che siano essi bambini o donne. I vecchi no, lì la vecchiaia è un’utopia, lì “si muore come alberi tranciati, non come candele consumate.”  Si muore di fame in quei luoghi, mentre noi distruggiamo tonnellate di cibo per assecondare le regole di mercato. Si muore decapitati, stuprati, squartati, impalati. Si somministrano allucinogeni a bambini talmente piccoli da non essere in grado nemmeno di reggere le armi perché uccidano i loro stessi genitori. Si praticano tagli sulla pelle in cui inserire direttamente la cocaina e aumentare l’aggressività. Sembra impossibile, ma si fa questo e anche altro, ed è l’uomo a farlo, ma dietro tanti uomini che lo fanno materialmente ci sono pochi “uomini” con abiti lindi e griffati, scarpe lucide e stomaci sazi. Persone rispettabili e insospettabili. Tuttavia, un esile filo di speranza ci sarà sempre fin quando esisteranno personaggi come Yusuf, Hassan, Alessandro e soprattutto Sonia e suo padre, una manciata di persone che si battono con ogni mezzo per porre fine a questi scempi. Persone che non intendono piegarsi ai poteri forti. Mario Grasso, l’autore e giornalista, stempera un po’ gli episodi di orrore (troppi) contrapponendogli personaggi (pochi, troppo pochi) di rara sensibilità mescolando l’impronta narrativa con quella lucida e dettagliata, oltre che distaccata, che caratterizza lo stile giornalistico. Ma in fondo tutte queste cose le conoscevamo già, erano solo troppo lontane per assumere connotati reali, ed è un bene che qualcuno ce le ricordi, che ce le sbatta sotto il naso. Mario Grasso non ci nasconde niente, né indora le amare pillole che troviamo nelle pagine del suo libro,  solo così possiamo davvero prendere tutti coscienza e forse, uniti, pensare di fermare tutto questo un giorno. Un viaggio illuminante nella terra più bella e martoriata del mondo, grazie all’autore per aver avuto la forza di raccontare tutto questo. Un libro che consiglierei a chi si lamenta che “la pasta è scotta” o a chi dice che “un diamante è per sempre”, sì, in effetti è per sempre, per quei bambini a cui è negato il diritto alla vita. Grazie, sì, a Mario per avermi annodato lo stomaco, fatto piangere, inorridire, ma avermi anche ricordato, nel caso ce ne fosse stato bisogno, che l’uomo, uno dei pochi animali in grado di usare leve e cervello, si sta autodistruggendo e che forse, se è vero che il futuro è degli scarafaggi, essi se lo saranno meritato più di noi.

 

 

                                      Intervista a Mario Grasso 

 

 

Un benvenuto su Art Litteram a Mario Grasso, giornalista pubblicista, saggista, direttore di collana per la Franco Angeli. Hai pubblicato diversi testi di management e due romanzi, vuoi parlarcene?

Ho pubblicato una quindicina di testi spinto dalla convinzione che le esperienze da me maturate nel campo delle Risorse Umane in aziende di primaria importanza anche sul versante culturale, prima fra tutte Olivetti, potessero essere utili soprattutto agli aspiranti manage. Ho avuto anche la fortuna di incontrare Franco Angeli, grande editore e grandissimo uomo, con il quale abbiamo deciso di creare la collana Skill con l’obiettivo di rendere disponibili testi basati su concrete esperienze nazionali e non necessariamente su sofisticate teorie elaborate oltre oceano. In coerenza con questa scelta, quando ho smesso di occuparmi di Risorse Umane sono passato dalla saggistica manageriale alla narrativa.

 

Quando hai iniziato ad appassionarti alla scrittura?

Quando Lidia Salvemini, la mia insegnante di Lettere alla scuola di Avviamento Professionale che frequentavo a Bari, mi chiese di occuparmi, con lei, de "La campanella", il giornalino della nostra classe, la 3° E, l’unico dell’istituto. Un’esperienza faticosa e gratificante che mi aiutò a crescere e che, a 13 anni, mi fece sentire "qualcuno".

 

Il sogno nel cassetto?

Scrivere della mia terra (l’ho già fatto nel romanzo "I vastasi della socia") ed essere un giorno riconosciuto come lo scrittore della Puglia.

 

Ti gratifica di più scrivere un saggio o un romanzo?

Provo la stessa soddisfazione perché nei saggi ho cercato di non trascurare la componente "affettiva", vedendo nel manager prima di tutto una persona, mentre nei romanzi cerco di integrare un’anima "formativa" in quanto ritengo che anche una lettura di evasione possa fornire elementi di riflessione sulla specifica tematica trattata.

 

Con "Latte di cammella" sei alla terza esperienza con la narrativa, sarai certamente incappato nelle maglie della mala editoria, piaga dilagante. Quali le tue impressioni in merito?

La narrativa mi ha portato a contatto con un’editoria nuova e sconsolante, della quale non immaginavo neppure l’esistenza, fatta di stampatori di bocca buona disponibili a pubblicare banalità ricche di disinvolte licenze grammaticali e povere di contenuti, purché a pagamento. Credo che questi "operatori" siano delle tossine che l’organismo culturale dovrebbe espellere per evitare pericolose intossicazioni.

L’aspetto più sconsolante è tuttavia rappresentato dalla grande editoria interessata più alla notorietà del nome dell’autore, comunque conquistata, che alla qualità dell’opera proposta. Bisognerebbe "convincere" ogni editore a pubblicare esordienti e non solo i soliti noti, in numero proporzionale agli autori in catalogo.

 

"Latte di cammella" è un romanzo, tuttavia contiene tantissime informazioni che, purtroppo, corrispondono a verità. Quanto hai dovuto documentarti?

Tanto, perché la trama si sviluppa intorno a temi così delicati da rendere necessario avvicinare la trattazione più alla verità che alla verosimiglianza.

 

Ci sono immagini forti nel tuo libro, non temi che possa urtare la suscettibilità di qualche lettore "benpensante e perbenista"?

Se eliminassimo dal Vangelo le immagini forti che contiene – stupri, incesti, violenze, uccisioni…- rimarrebbe ben poca cosa. La coscienza del benpensante non deve lasciarsi offendere dal racconto di fatti crudi ma dal loro verificarsi. Se si ammazza il racconto ma si lascia vivere il fatto come può una coscienza essere tranquilla?

 

Due episodi mi hanno davvero scioccata: i bambini che vengono vaccinati più di una volta perché la madre possa avere in cambio una zanzariera (mettendoli in serio pericolo di morte) e la cocaina inserita direttamente nei tagli sul corpo.

Accade per davvero?Sono sicuramente due episodi scioccanti e veri. E non sono gli unici: trovo altrettanto raccapriccianti l’assassinio dei propri genitori da parte dei bambini-soldato, la scelta del tipo di amputazione da subire da parte delle vittime, gli stupri delle bambine considerate bottino di guerra dei belligeranti… E purtroppo sono cose accadute e che accadono ancora, nell’indifferenza di un’opinione pubblica spinta a rivolgere le proprie attenzioni alle oscillazioni dello spread e alle disavventure giudiziarie di piccoli-grandi personaggi.

 

Esistono diverse organizzazioni umanitarie che si danno da fare per aiutare queste popolazioni, ma pare che una grossa fetta di denaro vada sprecata per gli esorbitanti costi di gestione. Qual è la tua opinione in merito?

Anche nel volontariato è doveroso fare delle distinzioni: non basta essere una onlus per meritarsi un consenso incondizionato. Ci sono delle associazioni che rivolgono più attenzioni alle cure della propria immagine che all’efficacia della propria azione, per non parlare di quelle che evitano di impegnarsi in situazioni che non garantiscono un adeguato ritorno in termini di visibilità.

 

La storia di Vanni con Sonia e gli incontri con Yusuf e altri volontari sono messaggi di speranza. Vuol dire che ognuno nel suo piccolo, al di là delle grosse organizzazioni, può contribuire in qualche modo?

La speranza è un comune denominatore dei miei primi tre romanzi e lo sarà anche dei prossimi, credo. In "Latte di cammella" messaggi di speranza arrivano dalle parole e dalle azioni di Vanni e Sonia ma anche del padre del pirata ucciso, del medico che cura più con i consigli che con le medicine (che non ha), dell’ex bambino-soldato che fa il volontario, del missionario che si innamora di una prostituta, della ragazzina amputata che impara a scrivere. Sì, la speranza deve guidare la nostra visione del mondo e la nostra vita. Lo suggerisce anche Nietzsche: per essere felici bisogna avere qualcosa da fare, qualcosa in cui sperare e qualcuno da amare.

 

Quanto è "censurato" dagli organi di informazione il lavoro degli inviati che rischiano la vita per smuovere le coscienze, e cosa si potrebbe fare per portare i media a una più approfondita conoscenza delle tragedie che insanguinano buona parte dell’Africa?

Dell’Africa continuiamo a sapere poco non per una superiore volontà censoria ma per una banale legge economica: non è un mercato di sbocco della produzione occidentale ma solo un continente da depredare nell’indifferenza dei governi "forti", anzi con la loro complicità. Del resto, non fa forse più notizia la morte del rampollo di una famiglia borghese schiantatosi all’alba, fatto e strafatto, con la sua fuoriserie piuttosto che il barbone arso viso mentre dormiva sulla panchina di un parco?

 

Ormai l’inquinamento selvaggio è dappertutto, il pianeta è al collasso e gli effetti si vedono già da un bel po’, gli sconvolgimenti atmosferici sono un forte segnale. Credi che l’essere umano stia cominciando a rendersene conto? Sei fiducioso nelle nuove generazioni?

Sono fiducioso perché le future generazioni avranno meno di quelle attuali e saranno costrette ad attivare comportamenti nuovi a partire dalla difesa della natura e dell’ambiente.

 

Sei al lavoro su qualcos’altro? Se sì, puoi anticiparci qualcosa?

Ho diversi progetti nel cassetto. Il più avanzato passa attraverso alcuni mali della Chiesa di oggi e rivolge una cura particolare al personaggio principale, un sacerdote che rifugge gli stereotipi e i luoghi comuni. È un racconto meditativo che tratta temi delicati, ma non propone insegnamenti e non trancia alcun giudizio. Mi sono imposto un approccio equilibrato per evitare una doppia tentazione: il facile e impietoso scandalismo e, al contempo, l’usata e abusata apologia del sacerdozio. È una storia di vita quotidiana che trasporta nell’atmosfera di una cittadina salentina scandita dalla semplicità e da abitudini tramandate nel tempo.

 

Cronaca o invenzione fantastica?

È una distinzione impropria, buona solo per il marketing editoriale. Chiunque può riconoscere in don Nazareno, o in alcuni suoi tratti comportamentali, il prete della sua infanzia, della sua parrocchia.

 

Grazie, Mario, per il tempo che ci hai dedicato e per l’illuminante lettura, spero di leggere molto presto un’altra tua opera.

Grazie a te per l’ospitalità e a tutti coloro che dedicheranno un po’ del loro tempo a leggere questa intervista e, spero, anche al mio romanzo.

 

 

Pia Barletta

 

 

 

 

 

Autore Mario Grasso

Pagg. 185   Euro 17,00

Edizioni Sensoinverso

Collana AcquaFragile

Anno 2012

 

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