Il Cardinal mia cara PDF Stampa E-mail
Scritto da Sandro Capodiferro   
Giovedì 03 Maggio 2012 00:05

Un teatro dall'architettura insolita nella parte più colorata della movida romana, una commedia che fa parlare di sé in particolare per la difficoltà oggettiva di affrontare certi argomenti, un autore Fabio Croce che non pone limiti edulcoranti al verbo efficace, a tratti severo e "scandalosamente" schietto, quattro attori che si compenetrano nei personaggi come il respiro fa col battito di un cuore, questi gli ingredienti per una serata che si preannunciava interessante fin dall'inizio ma che non credevo potesse catturare l'attenzione in modo così forte e sentito durante la messa in scena della commedia "Il cardinal mia cara" (regia di Paolo Orlandelli) qualche sera fa al Teatro Di Documenti nel quartiere storico di Testaccio.

Una storia giocata sul filo della più sottile ipocrisia vaticana dove, nelle stanze segrete del “non detto” si intrecciano le vite per certi versi torbide di due uomini inchiodati alla loro croce d'amore, pesante da portare quanto la segretezza buia e profonda alla quale questo amore e' condannato.

Un cardinale consapevolmente tagliente nelle espressioni e caustico nella disillusione che mostra attraverso i suoi discorsi vezzosamente posti al femminile,  traccia il percorso amaro dell'essere diversi in un ambiente dove tutto e' solo pretesto per non dirompere in evoluzionismi umani e liberazioni sessuali dei quali invece per amor di dottrina sapientemente tacere.

Le risposte dell'alto prelato affondano come una lama nei dubbi del suo ingenuo assistente che cerca in ogni modo una razionalità alle spiegazioni dogmatiche e per questo così lontane dal suo sentire.

Gli interpreti di questa commedia tanto sagace quanto finemente dipinta con le parole di chi sa trattare materie incandescenti come lava, si alternano tra momenti di duro realismo e voli pindarici dai riflessi colorati di un caleidoscopio di emozioni vissute fino all'epilogo, urlato sulla scena, struggente come la lacerazione di una placenta primaria che dona come ultimo gesto l'unico rifugio possibile.

Un plauso va agli attori tutti (Alberto Alemanno, Achille Brugnini, Adriano Evangelisti, Michele Cesari) per la naturalezza con la quale sono stati artefici di uno spettacolo nello spettacolo, per il loro timbro penetrante e le loro interpretazioni perfettamente integrate nello spazio scenico, così toccanti e commoventi quanto salaci e impertinenti, di scena in scena e al buio del rimorso come sipario.

 

Sandro Capodiferro

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