L'Arca dell'Alleanza PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Lunedì 03 Ottobre 2011 14:00

GLI "AVVISTAMENTI" NEL CORSO DEI SECOLI DELL'ARCA DELL'ALLEANZA

(da un articolo di E. Baccarini su Archeomisteri n.17 del 2004 )

 

L’Arca in Etiopia

Nel 1992 lo scrittore Graham Hancoch pubblicò "Il Mistero del Sacro Graal", un libro assai sconcertante che in poco tempo divenne un best seller internazionale, attraverso il quale dopo anni di ricerche ed indagini sul campo portò a conoscenza del mondo occidentale di una tradizione etiope cui pochi sembravano aver riservato il dovuto interesse. Tale tradizione era estremamente antica e codificata all’interno di uno dei testi più sacri per questo popolo: il Kebra Nagast, in cui si narra di come l’Arca fosse stata trasportata da Gerusalemme in Etiopia dal figlio avuto segretamente dalla regina Saba Makeda e il re Salomone conosciuto come Menelik.

Il Kebra Nagast o Gloria dei Re fa la sua prima comparsa verso gli inizi del XIV secolo e narra di come Menelik avesse sottratto l’Arca dal Tempio di suo padre favorito da un complotto religioso con alcuni ebrei ribelli. Approdo finale della reliquia sarebbe stata la città di Axum dove nei secoli sarebbe stata custodita e dove sarebbe ancora oggi conservata presso la chiesa di Santa Maria di Sion.

Gli ebrei etiopi, ovvero i falascià di Menelik sarebbero diventati così gli eterni custodi del simbolo tangibile dell’allenaza tra il Dio di Israele e Mosè. Di "arche" o tabot, purtroppo però in Etiopia ne esistono tantissime (si parla di circa 20.000 ovvero una per chiesa) realizzate e fatte costruire per mantenere viva la tradizione del patto nei secoli.

Nel 1990 tre professori universitari italiani sarebbero stati tra i pochi privilegiati nella storia etiope e al mondo, a riuscire a vedere il sacro manufatto. Dal loro racconto emerge infatti che su invito ufficiale del governo etiope andarono ad Axum e dopo una serie di cerimonie ufficiali incontrarono l’Abuna (la massima autorità religiosa) che con i paramenti sacri gli fece visitare la secentesca chiesa di Santa Maria di Sion. Qui, dietro l’altare maggiore, protetta da un baldacchino di velluto rosso con ricami c’era l’Arca e l’Abuna non voleva mostrargliela, ma un chierico sbadatamente aprì la tenda e loro riuscirono a vederla. La descrizione che ne fanno è quella di una cassa di legno scuro lunga circa un metro e alta circa sessanta cm con il tetto a doppio spiovente, con la superficie deteriorata e priva di lamine d’oro. Quando l’Abuna si rese conto che i tre studiosi stavano osservando l’Arca rimproverò aspramente il chierico, ordinandogli di abbassare immediatamente la tenda. La religione copta non permette, infatti, a nessuno di poter vedere l’Arca, unica eccezione colui che viene incaricato a vita di custodirla, tanto che si narra che allo stesso Negus Hailè Selassìe fosse stato opposto un secco rifiuto quando aveva espresso il desiderio di vederla. L’ipotesi formulata da Hancoc dimostrerebbe come essa fosse stata trasferita inizialmente dalla Palestina all’isola Elefantina in Egitto, ove nel secolo scorso venne portato alla luce un tempio in tutto e per tutto simile all’antico tempio salomonico, per poi passare dal Sudan ed infine arrivare in Etiopia sulle rive del lago Tana. Recenti spedizioni hanno confermato come in questo lago che si trova a circa duemila metri di altitudine esistano antiche tradizioni che confermano il passaggio e la permanenza di una cassa di legno che la tradizione vorrebbe identificare con l’Arca di Israele. Dallo scrittore Grant Jeffrey e da un colloquio da lui avuto con Stephen Menghesa, bisnipote dell’Imperatore Hailè Selassìe, si è venuto a sapere che durante la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, molti falascià etiopi ebbero modo di discutere con le autorità israeliane per il ritorno dell’Arca in Israele ovvero per iniziare a costruire il Terzo Tempio ebraico. Se quest’ultimo progetto sembra, per ora, essere totalmente naufragato non si sa se l’Arca etiope sia stata realmente restituita ad Israele oppure sia ancora in Etiopia. La presenza ancora oggi dell’Abuna entro il recinto della chiesa di Santa Maria di Sion sembra però farci escludere questa ipotesi.

 

L’Arca sul Monte Nebo

Nel libro dei Maccabei si narra di come Geremia avesse nascosto l’Arca e l’Altare dell’Olocausto in una grotta situata nel luogo "… che aveva ospitato Mosè per contemplare l’eredità del Signore", luogo in cui il patriarca aveva osservato la Terra Promessa prima di spirare.

Tale altura, secondo alcuni studiosi, sarebbe da identificare con il Monte Nebo, probabilmente il moderno Jaban an-Naba a circa 50 Km da Gerusalemme oggi collocato all’interno del territorio giordano.

Geremia, continua la tradizione biblica, avrebbe nascosto i sacri oggetti in un antro che avrebbe successivamente murato. Tale precauzione venne probabilmente imposta dalla paura che gli attacchi del sovrano babilonese Nabucodonosor, nel 587 a.C. potessero condurre alla distruzione del tempio di Gerusalemme e del suo contenuto. Geremia, in seguito, si sarebbe pentito del gesto compiuto e tornato sul Monte Nebo non sarebbe più stato in grado di identificare il luogo in cui aveva celato l’Arca.

In tempi più recenti studiosi come Anthony F. Futterer affermarono di essere riusciti a ritrovare il luogo in cui la sacra cassa era stata seppellita sul Monte Nebo, ma sarebbe morto rivelando la scoperta da lui fatta solo al suo amico reverendo Clinton Locy. Quest’ultimo nel 1981 avrebbe reso compartecipe delle proprie conoscenze l’archeologo statunitense Tom Croster che nello stesso anno organizzò una missione tesa a ritrovare la grotta perduta. Grazie alle informazioni ricevute Croster indirizzo le sue ricerche, fin da subito, sul Monte Pisagh nella catena del Nebo, dove ben presto poté identificare una cavità che sembrava essere l’ingresso per una grotta naturale. Il 31 ottobre del 1981 Croster ed altri studiosi penetrarono dentro l’antro, percorrendone i tunnel e le asperità e per ben due volte l’archeologo si trovò davanti a muri antichi che sembravano essere di chiara costruzione umana, ma in nessun caso vennero trovate iscrizioni o suppellettili.

Meta finale dell’aspro cammino fu il ritrovamento di una camera intagliata nella roccia che mostrò antiche tracce di presenze umane. Attente analisi identificarono tale struttura come una chiesa in stile bizantino collegata, attraverso un pozzo verticale, ad una grotta posta ancora più in profondità. Se fino a questo punto le scoperte di Croster risultano estremamente interessanti all’interno di un contesto storico e archeologico, quanto affermato successivamente non ha trovato ad oggi ulteriori verifiche se non nelle stesse parole di chi le ha pronunciate. I tentativi successivi di coinvolgere le autorità giordane nella riesumazione dell’Arca sembrarono portare al totale disinteresse dei responsabili competenti conducendo lo stesso Croster a celarsi in una cortina di silenzio e riservatezza che sembra perdurare ancora oggi.

 

L’Arca nascosta sotto il Tempio

Il saggio arabo Maimonide afferma: "…quando Salomone fece edificare il Tempio pronosticò la sua distruzione e fece costruire una grotta segreta, molto profonda, ove Giosia diede istruzione di nascondere l’Arca dell’Allenza". Ciò potrebbe aver ispirato una missione che nel 1908 cercò l’Arca sotto il tempio di Salomone. Montago Brownolow Parker iniziò le proprie indagini dal museo turco del Topkapi, ad Istànbul e quando conobbe lo svedese Walter H. Juvelius esperto di studi biblici che affermava di aver trovato un codice all’interno di una copia manoscritta del libro di Ezechiele nel quale si affermava che l’esatta collocazione dei tesori perduti del Tempio era proprio sotto il Monte Moriah a Gerusalemme, in un punto in cui si poteva accedere solo attraverso un complesso sistema di cunicoli sotterranei, decise di indirizzare le sue ricerche verso quella meta. Intenzionati a riportare alla luce, dopo quasi due millenni di oscurità, la reliquia più sacra per la religione ebraica e cristiana, i due improvvisati archeologi si associarono e grazie ad ingenti finanziamenti iniziarono il loro viaggio verso la città santa. Arrivati a Gerusalemme si resero subito conto dei problemi che le autorità musulmane avrebbero potuto creare e quindi, in maniera poco furba, iniziarono fin da subito a corrompere le autorità nella speranza di ottenere così i permessi agognati. Fu grazie a queste corruzioni che vennero a conoscenza tra il 1909 e il 1911 dell’esistenza di diversi passaggi sotto il monte cui avrebbero potuto accedere per cercare il loro tesoro. La spasmodica ricerca fu però interrotta bruscamente nell’aprile del 1911 quando Parker e i suoi collaboratori cercarono di compiere il gesto più sacrilego che l’autorità islamica potesse concepire, tentarono cioè di entrare nel Sakhra, una grotta di presunta origine naturale situata al di sotto della Roccia Sacra, il Sancta Sanctorum della moschea musulmana. In questo luogo anticamente veniva disposta, durante il periodo del Primo Tempio, l’Arca dell’Alleanza. Scoperti, i sacrileghi profanatori della moschea, rischiarono di venire linciati da una folla indignata e oltraggiata, ma riuscirono fortunosamente a fuggire dalla spianata del Tempio.

 

L’Arca nelle rovine di Gilgal

L’archeologo reverendo Vendyl Indiana Jones, personaggio da cui fu tratto il celebre eroe cinematografico, ha speso molti anni della propria vita di studioso e biblista scavando e studiando gli antichi insediamenti di Qumran nel Mar Morto.

Attraverso uno dei rotoli rinvenuti alla fine degli anni ’40 in questo insediamento esseno, Jones afferma di essere riuscito a trovare la "via giusta" per scoprire dove l’Arca fosse stata nascosta. Attraverso il Rotolo di Rame, Jones ha ottenuto una traduzione in cui, oltre ad essere indicati vari tesori sepolti in precise collocazioni geografiche, sarebbe chiaramente indicata l’ultima ubicazione dell’Arca dell’Alleanza.

Dal 1952, anno in cui iniziò le proprie ricerche, Jones ha condotto senza sosta decine di campagne di scavi che hanno prodotto a livello internazionale ed archeologico una mole di dati veramente interessante su coloro che abitarono questi insediamenti. Attraverso anni di studi il reverendo Jones sarebbe riuscito a riscoprire come l’Arca fosse stata inizialmente portata a Qumran per poi essere trasferita e definitivamente nascosta nella città di Gilgal.

Se la costanza e la tenacia di Jones hanno permesso, da un lato, di conoscere meglio quella che fu l’antica comunità essena, portando altresì alla riscoperta di una considerevole quantità di nuove informazioni su questa setta religiosa, per quanto riguarda il fine ultimo delle sue ricerche nessun indizio evidente ha ad oggi condotto lo studioso alla risoluzione del suo più importante obiettivo.

 

L’Arca in Vaticano?

Diverse fonti moderne affermano che quando le truppe italiane lasciarono l’Eritrea alla fine del secondo conflitto mondiale trasportarono con loro fino a Roma, come trofeo di guerra, l’Arca dell’Alleanza e poi l’avrebbero ceduta al Vaticano per intercessione del governo fascista e di Mussolini. Questa ipotesi, alquanto curiosa, potrebbe non essere, per alcuni suoi punti, del tutto assurda come potrebbe apparentemente sembrare.

Abbiamo visto come l’Etiopia sia stata considerata da sempre una delle patrie in cui la credenza popolare, quella religiosa e quella storica ritenessero fosse conservata l’Arca. Non è quindi, del tutto peregrina, l’ipotesi che durante la ritirata, gli italiani fossero venuti in possesso di tale manufatto e lo avessero sostituito con una copia. Ipotesi che però, non sono minimamente suffragate da alcun tipo di documento, dato o raffronto storico, almeno fino ad oggi noto. Se speculando è possibile costruire ogni tipo di scenario immaginabile, i dati in nostro possesso (ovvero di dominio pubblico) indicano nondimeno come un quadro del genere sia altamente improbabile.

Trarre conclusioni da quanto è stato esposto è un compito molto difficile. Se a tutt’oggi molti studiosi sembrano possedere e manifestare certezze inoppugnabili sul luogo dove si troverebbe l’Arca dell’Alleanza, la realtà storica e documentale impone invece di procedere ancora con cautela sui binari della ricerca e della verifica. Molti autori si sono mossi negli ultimi decenni per produrre nuove ipotesi e nuove idee in questo campo, ma nessuno sembra essere ancora giunto ad una conclusione finale. Forse nelle storie raccontate si nasconde realmente il vero luogo dove quest’antica arca di legno e oro è nascosta. Un simbolo, una metafora e un documento storico sono i tre possibili elementi che meglio raffigurano oggi l’Arca dell’Alleanza, silenzioso testimone di un patto tra un antico Dio ed il suo popolo.

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