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Il convitato di pietra PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Martini   
Lunedì 23 Marzo 2009 18:22

IL CONVITATO DI PIETRA

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Quando la soluzione è semplice, Dio sta rispondendo
(Albert Einstein)


Nell’articolo del 19 marzo 2009 l’autore Lucio Apulo Daunio tratteggia con vigorosa energia il problema di Dio concludendo che Dio se è, è “colui che non è” ovvero non è collocabile in maniera assoluta nel quadro dell’esperienza umana. Pertanto occuparsi di Dio risulta un’attività “vacua e delirante” come viene detto “L’immane vacuità dei deliri teistici, in prosieguo dei progressi delle conoscenze scientifiche, finirà per dileguarsi con le sovraterrene inconsistenze dell’inebriante narcosi del sacro, generato da evanescenti nebulosità concettuali”.
La posizione è chiara ed espressa con forza, ma entrando ulteriormente nel problema è condivisibile con nettezza o suscita anch’essa forti dubbi sia pur apparentemente mascherati dall’incisività espressiva?
Partire direttamente da Dio è forse troppo complicato, ma per tentare di chiarire la questione possiamo partire da qualcosa di più semplice.
Per esempio riflettiamo su un normalissimo orologio: è indubbio che l’orologio è un oggetto che, dopo essere stato costruito, ci si impone davanti con una sua oggettività assoluta, distante da noi, come altro da noi. Ma poniamo il caso di trovarci di fronte un uomo che, nell’esaminare un orologio, affermasse con granitica certezza trattarsi di una struttura che si è prodotta da sola senza intervento umano. É probabile che questa posizione susciterebbe negli ascoltatori reazioni varie, ma indubbiamente ci sarebbe da parte di tutti quantomeno una notevole perplessità. Potrebbe però trattarsi di un indigeno dell’Amazzonia o dell’Australia appartente ad una tribù mai entrata in contatto con la civiltà ancora al livello di un animismo molto primitivo e quindi coerente con le sue premesse culturali.
Il problema in questo caso, a mio avviso, è che il moderno uomo occidentale e quindi ognuno di noi, in modo generalmente inconsapevole ma non per questo meno reale, di fronte ad un oggetto fisico costruito dall’uomo “sente” o meglio “sa” che questo oggetto, prima di essere costruito, è stato pensato, progettato.
La realizzazione di qualsiasi oggettività è necessariamente preceduta da un elemento non visibile ma non per questo meno necessario, che è il pensiero ideante o idea o concetto che precede il fare. In sostanza l’elaborazione di un oggetto costruito dall’uomo si realizza in due momenti: uno ideante e uno creante o facente.
Ora esaminiamo un oggetto fisico “non” costruito dall’uomo, pensiamo, che so, la mirabile struttura della testa del femore umano; l’organizzazione delle trabecole ossee nella testa femorale è tale da garantire il minor utilizzo di materiale per il massimo del rendimento nel supporto del peso e la costituzione è a strutture ad arco tali da permettere lo scarico del peso in punti differenti della testa femorale e contemporaneamente garantisce quei requisiti di leggerezza (dati dallo spazio vuoto tra una trabecola e la successiva) essenziali per non sovraccaricare l’uomo durante la locomozione. Ci troviamo di fronte ad un rapporto di rendimento che nessun’opera di ingegneria umana può ancora lontanamente imitare.
La complessità del cervello umano è tale da sfidare qualsiasi tentativo di riproduzione artificiale ora e forse per secoli. Nel corpo umano o negli altri aspetti della natura esteriore ci troviamo quindi di fronte una struttura estremamente più complessa di un semplice orologio ed in cui peraltro sussiste, in aggiunta, quel principio “ignoto” e ad oggi insondato che è la vita.
Se di fronte all’orologio saremmo oltremodo perplessi all’affermazione di una sua “auto-evoluzione”, non sarebbe opportuno, per coerenza logica, domandarsi se anche nella natura non debba necessariamente sussistere un pensiero o principio ideante che abbia preceduto il fare? Esiste, a mio avviso, nella speculazione umana un “convitato di pietra” di cui non si tiene conto che è il pensiero.
L’autore sostiene che: “ Se definiamo universo tutto ciò che ha esistenza, la causa di tale esistenza è al suo interno: l’universo non ha una causa esterna”. Benissimo, ma allora Dio lo abbiamo portato dentro la natura (panteismo naturalistico, l’infinito è identificato con il ciclo della natura), il principio ideante è insito nell’universo. In realtà abbiamo soltanto spostato il problema, ma il problema o “mistero” metafisico rimane inalterato, a meno di voler affermare che qualcosa che prima non c’è esiste a prescindere da un pensiero ideante, ma ricadremmo nell’atteggiamento mentale del selvaggio dell’Amazzonia.
É logicamente sostenibile che dal nulla scaturisca qualcosa? Potremmo giungere ad una immagine sempre più perfetta della natura, ad una comprensione raffinatissima delle leggi che regolano il mondo, ma arriverà sempre il momento che il “convitato di pietra” reclamerà il suo diritto. Nulla può esistere senza che un pensiero lo abbia prima ideato.
Il nodo di fondo è che la mente umana non può concepire il “Logos” o pensiero divino dal punto di vista della creazione, ma è un limite che non ci autorizza necessariamente ad escludere qualsiasi possibilità di connessione con questa. Anche “dimostrare” una verità fisica o matematica significa comunque introdurre accanto all’elemento percepito una attività “pensante” senza la quale le leggi scoperte non sarebbero per l’appunto dimostrabili. Non è quindi altrettanto ipotizzabile che l’uomo scopra progressivamente, nella sua evoluzione, il pensiero di Dio inserito nella creazione?
Sullo sfondo dell’articolo in questione si nota naturalmente una forte critica alla posizione delle Chiese accusate di dare un “senso mistificante della vita”: In questa direzione vale la pena citare una filosofa del Novecento, Simone Weil, che afferma: “… il meccanismo di oppressione spirituale e mentale… è stato introdotto nella storia dalla chiesa cattolica, nella sua lotta contro l’eresia….. E’ diventato necessario sottomettersi incondizionatamente all’autorità che le ha emanate (le verità dogmatiche)” ma successivamente prosegue “In questo modo la luce interiore dell’evidenza, questa facoltà di discernimento concessa dall’alto all’anima umana come risposta al desiderio di verità è scartata, condannata ad un ruolo servile come quello di fare addizioni, esclusa da tutte le ricerche relative al destino spirituale dell’uomo. Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito1.
Esiste quindi al di fuori della posizione delle Chiese istituzionalizzate, con il loro carico di potere e soprattutto di volontà di mantenerlo ad ogni costo, una possibilità di pensare in modo autonomo, senza rischiare di “gettare il bambino con l’acqua sporca”. Questo accade, a mio avviso, laddove il problema del destino spirituale dell’uomo, di cui le Chiese di ogni religione intendono a mio avviso a torto essere le uniche depositarie, viene accantonato in nome di una sana critica alle posizioni spesso semplicistiche e sempre dogmatiche delle Chiese stesse, ma critica che lascia scoperto il “convitato di pietra” che come il tragico destino di Don Giovanni insegna, può sempre tornare in ogni momento a reclamare i suoi diritti.

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ALESSANDRO MARTINI

1 Simone Weil - Manifesto per la soppressione dei partiti politici - p. 46-47 Castelvecchi, Roma 2008

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