Feudo del mare PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvo Zappulla   
Lunedì 10 Gennaio 2011 00:00

 

FEUDO DEL MARE di MARINELLA FIUME 

Feudo del mare è un paesino della Sicilia, non sappiamo quale, non sappiamo dove. Un paese che ha coltivato un sogno, o forse un’utopia. L’utopia di Costanza, sindachessa caparbia, dall’animo gentile, i capelli rossi e lo sguardo capace di vedere oltre l’orizzonte. In questo romanzo (Rubbettino, pagg.136 euro 14,00) Marinella Fiume sembra volerci trasportare nella sua isola felice, nell’incanto della sua coscienza civile al servizio degli umili. Può sembrare utopia o follia, oggi, intendere la politica come servizio per i propri cittadini. Mentre la cricca pensa a salvaguardare le loro malefatte con la legge sul legittimo impedimento, quella sul legittimo desiderio di arraffare a destra e a manca e il freno sulle intercettazioni telefoniche per imbavagliare stampa e magistratura. Penso a quegli uomini che hanno dato la vita, la loro unica vita, per l’alto senso dello Stato che possedevano. E penso a questa Italia dilaniata da un branco di lupi famelici che ormai ha superato qualsiasi decenza. E mi domando se davvero ne valeva la pena. Ci sono nemici dichiarati dello Stato, coloro che scelgono liberamente di porsi dalla parte dell’illegalità, scelgono di fare i mafiosi, i camorristi, i delinquenti. Non accettano di sottostare alle leggi e le infrangono. In qualche modo sono nemici dichiarati con cui intraprendere una lotta. Ma ci sono quelli più subdoli, molto più pericolosi, coloro che si infiltrano tra le istituzioni, si danno una parvenza di onorabilità per minare lo Stato dall’interno, sgretolarlo nella sua credibilità, rendere le cariche che ricoprono semplici maschere carnevalesche. Sono anche i più vili perché non hanno il coraggio di schierarsi a viso aperto. Tra un politico corrotto e un mafioso ritengo abbia molta più dignità quest’ultimo L’eterna lotta tra il Bene e il Male non si risolverà mai. E gli uomini giusti continueranno a cadere per le cause di tutti. I peggiori a imperversare. I più avidi, i più spietati continueranno ad occupare le poltrone del potere e utilizzarlo per il loro beneficio personale, per le ricchezze effimere di questa terra. E più saranno ebbri del loro potere, più diverranno ciechi. In questa società così disumana dove anche un terremoto o un cataclisma qualsiasi sono manna dal cielo per la cupidigia di quanti sperano di ricavarci buoni affari, Marinella ci porge una rosa dai petali profumati, ci racconta una storia dal sapore fragrante, infarcita di piccoli gesti quotidiani spesi per gli ultimi: una barriera architettonica da eliminare a favore dei disabili, la refezione scolastica per i più bisognosi, una carezza, un gesto d’affetto per quanti ne hanno necessità. Potrebbero sembrare cose ovvie, procedimenti elementari per un sindaco. Ma ovvie non sono e Costanza, la protagonista del romanzo, è un sindaco di frontiera che ogni giorno deve scontrarsi con le piccole miserie umane, uomini-nani che antepongono i loro piccoli interessi di bottega al resto del mondo. Costanza si erge come un titano, un diamante tra i cocci di vetro, circondata dalle sue collaboratrici fidate che credono nello stesso sogno: rendere il mondo migliore, accessibile e fruibile a tutti, senza prevaricazioni, senza prepotenze e servilismi. La bellezza delle donne salverà il mondo. Chi l’ha scritto? Qualcuno l’ha mai scritto?

Questo romanzo è una favola, andrebbe consigliato nelle scuole, utilizzato come disinfettante per le coscienze incancrenite, come anticrittogamico per le erbacce nocive avvinghiate al potere. Grazie Marinella per ricordarci che la Sicilia, questa terra buttanazza, non ha generato solo presidenti della Regione strabici, con un occhio alla Madonna e l’altro al mafioso che garantisce voti. Baciamani e leccaculi. Non solo uminicchi e quaquaraquà ma anche figli come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rosario Livatino e forse il loro sacrificio non è stato vano.

 

 

Marinella Fiume, nata a Noto (SR), risiede a Fiumefreddo di Sicilia (Ct), cittadina di cui è stata sindaco. Dottore di ricerca in Letteratura italiana, insegna nei Licei e collabora con la Scuola di specializzazione per l'insegnamento nelle Secondarie Superiori dell'Università di Catania. Tra le sue pubblicazioni Vita di Orazia contadina e guaritrice (Palermo 1988), Il vecchio del Fiumefreddo (Acireale 1996), Sibilla Arcana, Mariannina Coffa 1841-1878 (Caltanissetta 2000); premio "Franca Pieroni Bortolotti" (Società delle Storiche-Comune di Firenze) e premio FIDAPA "Rosa Balistreri" (Giardini Naxos); i racconti L'angelo di Botero (Acireale-Roma 2005); ha curato il Dizionario Siciliane (Sr 2006). Ha pubblicato il romanzo Celeste Aida (Rubbettino 2009).

 

 

 

 

Intervista a Marinella Fiume

 

 

Marinella, la protagonista del tuo romanzo, Costanza, coltiva un sogno: una Sicilia migliore, un palazzo del potere che sia di vetro, accessibile a tutti e di tutti. E’ un sogno realizzabile, o destinato a rimanere utopia?

Al momento non si intravvedono in Sicilia segnali di cambiamento e un rinnovamento della politica appare utopistico; oggi più che mai suonano profetiche le parole di Machiavelli: "Non c’è niente di più difficile e pericoloso che introdurre un nuovo ordine di cose, poiché il cambiamento ha per nemico tutti coloro che si trovavano bene nelle vecchie condizioni e solo tiepidi difensori in quelli che potrebbero trovarsi bene nelle nuove". Quella che io chiamo "la stagione delle donne" si verificò in un momento particolare, all’indomani delle stragi dei giudici e con l’azzeramento di una certa classe politica e l’arretramento dei partiti succeduto a Tangentopoli. Allora fu possibile che un’élite culturale si trasformasse in maggioranza politica per una strana, irripetibile alchimia della storia, la quale invece aveva lungamente registrato nel nostro paese la normalità di una classe politica forgiatasi al malcostume dilagante della corruzione. Recidendo il fitto nodo di intrecci tra mafia e politica che proprio in quegli anni aveva fatto sciogliere d’autorità Amministrazioni e Consigli di tanti Comuni siciliani, si covò il sogno che la "seconda repubblica" avrebbe fatto sì che anche da noi arrivasse finalmente la modernità, intesa come delega della violenza al monopolio dello Stato, e perciò si riteneva possibile anche sconfiggere una volta per tutte la mafia, la manifestazione più visibile della permanente condizione di violenza diffusa.

 

 

Marinella Fiume sindaco, è una esperienza che rifaresti?

Ripeto, oggi non è possibile, specialmente con questa truffaldina legge elettorale che impedisce persino il patto tra eletti ed elettori, i quali ultimi non possono scegliere neanche i nomi di coloro per cui intendono votare, decisi invece dai Partiti. Ma non posso pensare a una Sicilia irredimibile, non posso farlo per i giovani, le generazioni di ragazzi che ho formato nella mia più che trentennale esperienza di insegnamento, non posso seminare sfiducia...

 

 

La Sicilia si sta svuotando, i giovani, le intelligenze migliori emigrano in cerca di lavoro, cosa pensi si potrebbe fare per fermare questa emorragia.

Non solo la Sicilia ma l’Italia in generale assiste distratta alla fuga dei cervelli, senza prendere in considerazione il fatto che tenersi menti e braccia giovani possa essere una delle soluzioni per il rilancio economico del Paese. L’Italia li forma nelle sue scuole e nelle sue università, ma le loro aspirazioni si materializzano solo quando prendono il volo per andare lontano. Questa patologia che colpisce due giovani italiani su tre ha le sue radici in un sistema clientelare che impedisce di avanzare per merito, di avere retribuzioni adeguate alla media europea e di beneficiare di cuscinetti economici di base per affrontare le esigenze di un mercato del lavoro flessibile. La fuga dei talenti è un fenomeno molto italiano perché da noi mancano un sistema di selezione trasparente per i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro; uno stipendio adeguato che è inferiore del 30% rispetto alla media europea; un serio programma di welfare state per i giovani. L’Italia è un Paese per vecchi, gestito da vecchi, dove un intero sistema di potere feudale si regge ancora sul "do ut des". Per questo i giovani fuggono da un Paese dove solo un’esigua minoranza può vantare di aver concluso l’università e dove la precarizzazione del lavoro è diventata una dimensione quasi perenne, anziché una fase di passaggio come in altri Paesi. Occorre cambiare testa, cambiare rotta, cambiare questa classe politica, ridare dignità alla scuola, offesa e vituperata dalle Gelmini di turno, rifondare le Università, non solo quelle siciliane, dove il sapere si fonda ancora su un baronato accademico e un reclutamento caratterizzato da quel familismo amorale che ha prodotto tanti danni…

 

Meglio la politica o la letteratura?

Sono due linguaggi, due piani diversi, ma che non si escludono a vicenda. Politica la facciamo ogni giorno, anche da semplici cittadini, non possiamo non possedere ed esprimere il nostro punto di vista, di assenso o di dissenso sulla situazione che ci circonda, tutti siamo animali politici e sociali. Viviamo in un’epoca caratterizzata da disoccupazione di massa, crisi economiche e finanziarie, razzismi, nazionalismi, una grave degenerazione della democrazia, illegalità diffusa…I cittadini devono fare scelte, condurre sacrosante battaglie per il rispetto della Costituzione, la salvaguardia della separazione dei poteri, del pluralismo dell’informazione, della laicità dello Stato, contro la mafia, per le giuste garanzie alle fasce popolare più deboli, contro le varie forme di sfruttamento e l’insicurezza nel lavoro, contro la disparità tra i sessi e la violenza sulle donne. La nostra epoca richiede una responsabilità sul piano politico che lo scrittore, proprio in quanto cittadino, non può ignorare. La cultura, la letteratura non sono neutre, bensì una merce che contribuisce alla formazione dell’opinione pubblica. Lo scrittore ha ben più di una semplice responsabilità individuale. Egli lavora in profondità, spesso a lungo termine, incide sulle coscienze anche quando non pare occuparsi di politica, lavora sul patrimonio simbolico, immateriale che costituisce l’alfabeto delle passioni, del sentire, del pensare dei propri simili, di generazioni di uomini e donne anche ben al di là del suo tempo storico. Questa almeno è la mia idea di letteratura.

 

Salvo Zappulla

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