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Incontro con Riccardo Merendi PDF Stampa E-mail

INCONTRO CON RICCARDO MERENDI

 

 Nella stupenda intervista concessa da Riccardo Merendi  a Riccardo Maria Gradassi, apparsa tempo fa su “Avanguardia” colpisce l’ardire dell’autore in relazione ai soggetti clonati da Eco e Brown (“Farei notare per la cronaca che ho scritto “Incunabolo” un paio d’anni prima che uscisse “Il codice da Vinci”) ed altrettanto stimolante è il suo concetto relativo alla scheletrizzazione delle trame, poiché sottende un’amara verità: “I modelli si contano sulla punta delle dita!”

La curiosità è grande e stimola la lettura approfondita di un’opera come “La pietra dei Maya” che prefigura, nel 1998, uno scenario da 11 settembre con tinte di lugubre presagio.

Orbene, l’impressione è, al termine della lettura, molto aderente all’impostazione data dall’autore: Dan Brown pare giocare in un campionato diverso, ma attenzione, gente! Con un paragone calcistico rammenterei a tanti, dopo aver letto Merendi, che Diego Milito è arrivato a giocare nell’Inter a 30 anni e non si capisce perché! Un giorno Maifredi chiese ad un giocatore di tornei aziendali, il mitico Villa, di affacciarsi in Serie A a 32 anni suonati   e tutti si chiesero perché fino ad allora quel difensore reattivo e scattante avesse perso tempo nei tornei dopolavoristici!

Questo vuole essere un augurio da parte di un lettore disinteressato che rimane colpito dopo lo scandaglio del romanzo da uno stile e da un ritmo che a tutta prima non paiono scostarsi di molto dal labor limae linguistico o dalla sferza narrativa di Dan Brown. I cambi e gli intrecci di scena sembrano identici, le narrazioni parallele eppur chiastiche appaiono le stesse…eppure gli autori giocano in campionati diversi! Misteri dell’editoria del 2000!

 

 

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1.        Merendi, Lei è un ingegnere, ma rivela una ricchezza sintattica e lessicale ragguardevole! Qual è stato a riguardo il suo  cursus studiorum e come l'ha arricchito individualmente? E' stupendo l'uso degli Accusativi di relazione cosiddetti alla greca! Altrettanto l'ipotassi che s’inerpica disinvoltamente sia con le costruzioni esplicite che con l'uso dei modi impliciti, participii, congiuntivi e gerundi! Oggi come oggi la lingua italiana sembra tornata in fasce e giornalisti o scrittori indugiano sul piattismo paratattico!

       Scientifico, università, poi tanta lettura. Riguardo al modo di scrivere, è tutto "a orecchio": quando mi pare che "suoni" bene, di solito va bene!

2.        Ci sono due passaggi che odorano, se mi passa il termine volutamente olfattivo, di presa di distanza sintomaticamente "ingegneresca", senza voler tacciarla di "corporativismo", dall'approccio alla realtà di altre categorie di professionisti; alludo a quello di pag. 23: "Allergia degli storici per l'incompletezza: da un frammento ricostruiscono vaso, vasaio, civiltà e storia di un popolo. Fatti e interpretazioni, tutti sullo stesso piano" ed a quello di pag. 30: "Non c'era verso di fargli entrare in mente che per ricavare più energia non sarebbe bastato moltiplicare le quantità per un fattore di scala e, sordo a qualsiasi dimostrazione, quell'idiota continuava a discutere come se le leggi della fisica fossero clausole negoziabili di un contratto che un abile avvocato avrebbe potuto modificare a vantaggio del proprio cliente".

       Non si tratta di corporativismo, ma di pura, semplice e sempre più radicata diffidenza: pur di far sensazione, tutti si affannano a parlare e straparlare, spesso di cose che non conoscono, solo per avere un attimo di notorietà; se si aggiunge che il livello di assuefazione alle notizie si alza sempre più e che, quindi, per far presa, le tragedie devono diventare sempre più catastrofiche, non vedo come ci si possa continuare a fidare della "informazione", distinguendola dalla "pseudo - informazione", che purtroppo, spesso, degenera in premeditata e deliberata "disinformazione". Ecco che, se un archeologo trova un coccio, la sua scoperta, bene che vada, interesserà pochi altri suoi colleghi; ma se invece "condisce" il ritrovamento con qualche ricostruzione riguardante il vasaio, magari potrebbe diventare protagonista di una puntata di Super Quark; se poi riesce a interpretare il frammento in modo da poter sfidare la "cultura" corrente, magari predicendo qualche sciagura imminente, allora potrà candidarsi a diventare un idolo dei talk-show!

3.        La metafora di pag 42 pare agghiacciante, gravida com’è di crudezza e realismo: “Ora al terzo incidente, divampò la polemica e gli avvoltoi della carta stampata non mandarono sprecata nemmeno una goccia del nutrimento che riuscirono ad estrarre dai cadaveri” Che pensa l’autore di questo evidente distacco dei media dall’analisi del fatto? Quali radici ha la ricerca costante dell’interpretazione meta-effettuale o della manipolazione?

       Non so se sia mai esistito un tempo in cui a qualcuno sia importato dell'informazione e della formazione (temo di no), ma di certo ciò che conta oggi sono solo tirature e share, unici parametri che si possono convertire in introiti pubblicitari: pare che l'ingrediente più efficace per alzare l'indice di gradimento sia il sangue, ovviamente degli altri (!); a pensarci bene, forse è il nostro che viene succhiato ma... guai se ce ne accorgiamo!

4.        Pearl Harbour 1941, Twin Towers 2001: più d’uno asserisce che gli USA hanno una sorta di tradizione del cosiddetto “auto-attentato” di stampo pisistratico, secondo alcuni tornato in voga di questi tempi anche alle nostre latitudini; che ne pensa lo scrittore?

       Nella storia è già scritto tutto, non c'è più niente da inventare: fingersi vittima di un attentato (come fece, appunto, Pisistrato) per distrarre il "popolo" dai veri pericoli e aprire la strada al potere è un trucco ormai vecchio ma sempre attuale: ho messo "popolo" tra virgolette perché oggi più nessuno vuole sentirsi confondere nella massa, anzi, la difesa dell'individualità è diventata un culto... peccato che, furbi e istruiti come siamo diventati, non ci accorgiamo di essere messi nel sacco esattamente come è sempre successo agli schiavi prima, ai servi della gleba poi e... qui mi fermo per non offendere i corrispondenti contemporanei...

5.        Agghiacciante e riuscitissima sembra la brachilogia concettuale di pag. 50, la metafora del volantino col baco in fez e tunica araba che sbuca dalla Big Apple: “Ci avete trattato come vermi. Adesso i vermi vi divoreranno!” Prima dell’11 settembre l’autore ha già metabolizzato la propaganda che proprio in quei giorni esplode da un certo settore colluso d’America: never be your foe’s bedfellow! Muslims exploit western softbelly! Qual è il pensiero dell’autore a riguardo?

       La chiave di lettura sta sempre nelle scorciatoie che qualcuno "scopre" per garantirsi il benessere a scapito degli altri: prima si "importano" gli schiavi perché lavorare stanca... ed è meglio che lavorino gli altri; poi qualcuno, escluso dalla corrente dominante, cavalca la liberazione degli schiavi per scalare il potere... perché agitare gli ideali è comunque meno faticoso che lavorare; poi, però, gli schiavi liberati diventano un problema, un grosso problema, perché a differenza dei "molli" liberatori, loro sono duri, molto duri... e abbastanza insensibili agli ideali di uguaglianza e giustizia!

6.        Il lettore anche più scrupoloso, esperto ed accurato sente il dovere di sottolineare il possesso da parte di chi scrive di un lessico non disponibile, né fruibile a tutta prima dalla massa e questo, a mio giudizio, è, al giorno d’oggi, una nota di gran merito! Termini come appontare, filibusta, carapace, beola  o taglia (nelle accezioni usate dallo scrittore) richiedono ai più la compulsazione di un dizionario ovvero di Wikipedia! Per non citare l’uso raffinatissimo di gerundi di verbi ai più desueti tipo saltabeccando (verbo fondato sul sostantivo sinonimo di cavalletta) e vorticando. Daccapo sorge spontanea la quaestio: donde trae linfa l’autore per questo disinvolto, efficace e poliedrico possesso della lingua italiana?

       A dire il vero non era mia intenzione usare una terminologia ricercata: se l'obiettivo è farsi leggere, non mi pare il caso di rendere intenzionalmente difficile la vita al lettore, ma se questa è l'impressione che riceve chi legge (e il parere del lettore è sacro e indiscutibile)... vuoi mai che abbia trovato il motivo per cui i grandi editori mi sfuggono?! 

7.        A pag. 87 vi è un passaggio di un paio di righe che squarciano violentemente il cinismo della società americana: “Certo, niente di paragonabile alla mobilitazione contro gli esperimenti nucleari di Mururoa, che tra giornali, TV, gadget, libri e magliette aveva mosso milioni di dollari, ma in mancanza della  caccia grossa anche la piccola selvaggina faceva comodo” Anche il WWF gira attorno al dio denaro. Per secoli la società americana è stata considerata ed accettata come ipocritamente benpensante e bigottamente cinica. L’autore pensa che a lungo andare questo gioco non valga più la candela e che il re sia ignominiosamente nudo (come peraltro rivela per altri versi un film come “Monna Lisa’s Smile”) anche alla  luce delle vicende dall’11 settembre in poi?

       Non credo che il fenomeno riguardi solo la società americana: proprio noi (italiani) abbiamo la più antica tradizione di ipocritamente benpensanti che incide pesantemente su ogni scelta sociale ed economica; per ovvi motivi non dirò a chi mi riferisco nemmeno sotto tortura, ma... chi si sente tirato in ballo ha la coda di paglia!

8.        A pag. 135 si nota una predilezione ed un’attitudine oggi inusitate per l’ipotassi e le forme implicite (participi e gerundi) dove spira chiaramente la brezza dell’atmosfera classica (participi congiunti ed ablativi assoluti di imprimatur latino). E’ un bene che oggi si va perdendo, come già detto,  a favore dell’elementarità piatta della paratassi. Intendo dire che, laddove Lei scrive: “Raggiunta l’estrema periferia nord della città, consultò lo stradario e, seguita per un paio di chilometri un’ampia strada che attraversava campi coltivati a foraggio, accostò sul bordo di una vasta aiuola al centro della quale, su un tappeto di fiori perfettamente curati, tre imponenti lettere di bronzo componevano la sigla TRL”, oggi sarebbe normale leggere “Raggiunse l’estrema periferia nord della città e consultò lo stradario. Seguì per un paio di chilometri un’ampia strada che attraversava campi coltivati a foraggio ed accostò sul bordo di una vasta aiuola con al centro un tappeto di fiori perfettamente curati e tre imponenti lettere di bronzo con la sigla RTL”.  Come gestisce un linguista così raffinato la convivenza con conterranei per i quali il congiuntivo è un’affezione del bulbo oculare ed il relativo è al massimo una formulazione di Einstein?

       La formulazione della domanda è spiritosa, ma appena finito di ridere è doveroso unirsi al pianto degli abitanti di Orbetello che, tra tanti laureati in giurisprudenza, non ne hanno trovato uno che sapesse scrivere in italiano da inserire nel loro ufficio appalti! Come si usa dire: siamo alla frutta! Quanto al mio modo di scrivere, ho fatto molte prove scrivendo lo stesso testo in stili diversi: da un unico periodo (modello Pynchon, che tra l'altro non sopporto) a frasi telegrafiche, da una sceneggiatura teatrale a una cinematografica, da un articolo di cronaca a uno di costume, dal dialogo tra adolescenti a una lezione universitaria, da un monologo comico a uno tragico ecc.; alla fine ho trovato quello che mi pareva un buon equilibrio per i miei romanzi.

9.        Nella stessa pagina l’autore, sempre a proprio agio con la subordinazione mostra pregevolezza di poikilìa vale a dire la variatio  degli asindeti e dei polisindeti nel momento in cui per un attimo indulge alla più normale costruzione coordinata: “Scartata l’idea di andar via e tornare più tardi, trasse un respiro profondo, risalì in macchina e si presentò alla guardiola d’ingresso…”; questo incedere del periodo è casuale o frutto di attento ed innato labor limae stilistico?

       Premesso che mi ci è voluto un tot a decifrare la domanda (a dimostrazione che sono ben lontano dalla padronanza tecnica che, con gran bontà, mi si attribuisce... ma ringrazio comunque per la fiducia), confermo che si tratta solo di orecchio: il "suono" della lettura si adatta (o almeno, mi piacerebbe che si adattasse) alla situazione descritta con lo scopo di far "vedere" al lettore cosa sta succedendo e come sta succedendo; in altre parole, anche lo stile è un "utensile" per comunicare con il lettore (come lo sono il dialogo, la descrizione, l'ambientazione, la scelta delle condizioni meteorologiche ecc.). 

10.    Forse vi è un unico refuso di digitazione a pag. 139: “Feliciano non può fare di meglio” rispose a voce era bassa e monotona “e sono stata io a impedirgli di consultare i suoi professori”; sicuramente è stata digitata una “e” al posto di una più verosimile “t”, intendendo dire che il narratore voleva scrivere: “Rispose a voce tra bassa e monotona”

       Vietato cercare scuse, ma bisogna precisare che "La pietra dei Maya", scaricabile gratuitamente dal mio sito, non ha beneficiato di due passaggi fondamentali che precedono la stampa: l'editing di un professionista e la correzione della bozza; anzi, mi sorprende che, per quanto accurata possa essere stata la mia rilettura e quella delle mie preziosissime "cavie", ci sia un solo errore!

11.    A pag. 148 la raffinatezza e la versatilità stilistica dell’autore non lesinano nemmeno un paio di interrogative retoriche che, invero, ravvivano il racconto; a costo di essere ripetitivo, asserirei che chi legge considera questa tendenza alla variatio stilistica una vera chiave di volta per non monotonizzare il tessuto narrativo; l’impressione è di freschezza e spontaneità naturalissime, piuttosto che frutto di studio ed architettura poietica; l’autore sinceramente che ne dice?

       L'autore, sinceramente... ringrazia ;-)  A rischio di essere monotono, non posso che girare il complimento all'orecchio, vero e unico responsabile dello stile e del ritmo.

12.    Un’accuratezza siffatta induce chi legge a mischiare un po’ di amaro al dolce; a pag. 151 si appalesa l’unico errore sintattico, laddove l’autore usa un imperfetto congiuntivo per indicare il futuro nel passato, laddove necessiterebbe il condizionale passato: “Rimandò quei pensieri a quando avrebbe potuto affrontarli”, anche se, va ammesso, nell’uso odierno anche altri autori danno preponderanza all’idea dell’eventualità nel futuro, proiettato  nella narrazione in un tempo già trascorso, laddove la regola originaria richiederebbe la potenzialità, tipica del condizionale.

       ...sorry, è sfuggito...

13.    A pag 163 è agghiacciante il duetto tra l’agente FBI ed il giornalista scettico sui metodi polizieschi statunitensi; ne esce un quadro devastante del cinismo americano e del pressapochismo indagativo; l’autore che ha da dire a riguardo?

       Premesso che si tratta di un'opera di fantasia nella quale i personaggi sono (o dovrebbero essere) "verosimili", quindi non "veri", ma soprattutto funzionali alla trama, ritengo scorretto nei confronti del lettore fornire un'interpretazione "ufficiale" di quanto ho scritto: il testo significa ciò che ciascun lettore interpreta ;-)

14.    A pag. 164 si nota un nuovo agghiacciante duetto tra potere diciamo così “giudiziario” rappresentato dall’Agente FBI e quarto potere esternato dal membro dei media americani. “Sta di nuovo insinuando che tenete nascosta la verità?” “La pianti con questi giochetti! Se davvero è un giornalista potrebbe darmi lezioni su cosa si dice e cosa si tace”. Chi ha più ragione dei due o chi è più repellente secondo l’autore?

       Idem come sopra ;-)

15.    A pag. 166 si legge: “Nella situazione in cui si trova farebbe meglio a guardare alla sostanza piuttosto che alla forma!” Tipica esclamazione dei membri delle strutture inquirenti: l’obiettivo da raggiungere fa premio sulle persone coinvolte nelle vicende. La mia funzione è così essenziale che mi affranca e mi esonera dal rispetto degli altri! Da che parte sta l’autore in questa dicotomia? E’ stato anch’egli vittima o testimone di tali situazioni?

       É gratificante vedere che il lettore riesce a cogliere spunti che vanno oltre la storia esplicitamente narrata, ma quanto al "da che parte sto"... mi avvalgo della facoltà di non rispondere ;-)

16.    A pag. 169 si legge: “Se qualcuno intacca la colonna da una parte rendendo il collasso non casuale, quel qualcuno potrà sapere dove cadrà la cisterna” Sembra quasi che l’autore abbia una preveggenza: questa sembra una sorta di visione apocalittica del  crollo delle torri Gemelle. Da dove nasce quella similitudine?

       Per la verità il riferimento è solo alla teoria del caos, applicabile a una quantità di fenomeni prevedibili ma dall'evoluzione casuale... non mi risulta di avere doti paranormali ;-)

17.    A pag. 171 Crowton cita Cesare, Napoleone Hitler, parametri indelebili della sua scalata al potere: quanto fanno male alle società antiche e moderne i delirii di onnipotenza?

       Più dei deliri di onnipotenza degli individui "superdotati", temo faccia male alla società il menefreghismo di chi lascia spazio ai deliranti.

18.    A pag. 171 si legge: “Il fatto che avrebbe usato denaro pubblico per dimostrare di essere il più idoneo …ad amministrare il denaro pubblico, beh, era un sofisma che lasciava volentieri ai babbei che ancora si occupavano di moralità e giustizia” Ancora cinismo Yankee: ciò che è normale sophìa, oggettiva sophrosýne  nelle società civiche diventa sòphisma ed i valori diventano disvalori da babbei. Garcya Lorca soleva dire: “Se moriste a New York, vi raccoglierebbero incartandovi nelle buste che contengono le loro merendine!”; concorda l’autore con questa valutazione di scenari americani da “Ognun per sè, Dio per tutti”?

       Non intendo trasgredire alla regola che io stesso ho stabilito riguardo l'interpretazione da dare, ma toglierei la limitazione geografica:come si dice, ogni mondo è paese.

19.    L’improvvisa metabolè, il cambiamento dei 4 eroi di fronte ai discorsi di Crowton, tutti conditi di denaro ed elegante corruzione, rappresenta uno spaccato della società americana? In altri termini, l’autore è convinto che tale società può esser considerata la summa del famoso detto “Si nasce incendiari e si muore pompieri”?

       Non credo sia necessario attraversare l'oceano per trovare esempi di chi è nato incendiario ed è morto pompiere: il mondo è pieno di volpi a cui non piace l'uva... solo perché non ci arrivano!

20.    Come Cunnig e Rem, agenti FBI sottopagati, qualcuno in Italia, sottopagato dalla GdF, è divenuto grande consulente commerciale di un potente. L’autore fa un’analogia voluta, un qualcosa da leggere between the lines?

       di nuovo... no comment

21.    A pag. 179 sembra che la descrizione dei sogni americani avviluppati attorno alla figura di Crowton rappresenti uno specchio dei sogni di tanti italiani dal 1994 in poi: analogie volute?

       Mi spiace terminare con l'ennesimo "no comment"... d'altra parte mi pare che le domande siano più esplicite di quanto potrebbero essere le mie risposte! ;-)

Lasciamo l’autore con una piacevolissima sensazione commista di capacità sarcastiche ed autoironiche, in pendant con quel che si è detto all’inizio a proposito dell’intreccio delle sue trame: Riccardo Merendi sa essere parallelo e chiastico nei concetti e nell’approccio alla realtà oltre ad aver maturato un sostanziale disincanto per quel che è il mondo della cultura (ove si possa ardire di chiamarla ancora così!) d’oggidì!

E’ bene al giorno d’oggi lasciare al lettore un corridoio interpretativo autonomo ed indipendente, anche se a chi legge, between the lines, c’è ben poco da interpretare: il messaggio è chiarissimo! Ma proprio per questa volontà ermeneutica concessa e nello stesso tempo “imposta” al lettore, noi siamo grati all’autore! E’ già tanto, in un Paese dove oramai quel che si deve leggere o quel che si deve capire di ciò che si sente è quasi imposto!

In bocca al lupo all’autore ed in bocca al lupo ai suoi lettori (perché non sarà facile con certi presupposti editoriali vigenti in Italia avere l’opportunità di leggerlo su larga scala!)!!

Mariano Grossi

 

Ecco l'articolo su Riccardo Merendi apparso sul numero 41, anno 2009, della rivista AVANGUARDIA, a firma di Riccardo Maria Gradassi.



 


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