Il Grande Uccello PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Sabato 15 Agosto 2009 17:47

(Da "I MISTERI DELL’ANTICO EGITTO- Viaggio nella scienza segreta e nei culti iniziatici degli egizi" di ALBERTO FENOGLIO

Rusconi Libri s.r.l. edizione del 2003 – Capitolo "La stupefacente scoperta di Belzoni)

 

 

Esploratore ed archeologo poco conosciuto Giovanni Battista Belzoni di Padova, scoprì la tomba del Faraone Seti I nel 1817, lavorò attorno alla piramide di Cheope con il capitano italiano Caviglia e riassunse le sue impressioni in un interessante libro Racconto dei lavori e scoperte recenti in Egitto e in Nubia.

Belzoni era giunto nel 1822 ai confini del deserto egiziano, quando vennero a trovarlo alcuni beduini per comunicargli che in una grotta non molto lontana avevano scoperto un grande uccello finto.

L’esploratore interrogò il loro capo: "Di che volatile si tratta? Forse un esemplare di razza estinta?"

"No sidi, un uccello enorme ma finto".

"Siete sicuri che sia finto?"

"Sicurissimi. Lo abbiamo anche toccato".

"Conducetemi sul posto".

Belzoni scrisse poi ad un amico: "Sinceramente non credevo a quanto mi avevano detto, poiché pensavo che i beduini fossero rimasti influenzati da qualche racconto sentito durante qualche bivacco.

Mi recai senza convinzione verso la località costituita da una serie di collinette rocciose che rompevano l’uniformità del deserto e seguendo le mie guide entrai in una grotta il cui ingresso era stato chiuso e poi franato, dopo pochi metri si allargava tanto da sembrare un tempio sotterraneo e alla luce delle torce vidi qualche cosa che mi lasciò sorpreso, stupito, sbalordito.

In mezzo alla grotta si trovava posato sul pavimento un enorme uccello, almeno così pareva, con le ali larghe le cui estremità quasi toccavano le pareti.

Mi fermai intimidito dalla sua grossezza e dagli occhi splendenti che lo facevano parere vivo, poi mi sottrassi a quel senso sgradevole di leggera paura e mi avvicinai.

Alla luce delle torce mi accorsi che si trattava di una forma di volatile, ma esaminandolo attentamente si indovinava piuttosto una macchina per volare, mi sorpresi a pormi l’interrogativo; "Chi poteva avere costruito un simile ordigno?"

Gli occhi dipinti ai lati e alcuni segni, lasciavano chiaramente comprendere l’accuratezza degli antichi artigiani egiziani nel rifinirlo, ma di quale dinastia?

Osservai quella cosa in verità meravigliosa, tutta costruita in legno leggero e canne che davano una certa flessibilità, con sopra incollata una tela sottilissima di lino.

In corrispondenza delle ali che alle estremità si allargavano a somiglianza degli uccelli quando planano, si trovava un incavo adatto a contenere una persona.

Quella macchina doveva volare davvero, ma come? Non si vedeva nulla che potesse in certo qual modo dare una spinta per mandarla in alto, mi formai nel pensiero che dovesse volare come un aquilone, forse veniva trainata da cavalli lanciati al galoppo, così si sollevava.

Vi confesso amico mio che si trattava di una macchina volante magnifica, vi chiederete come mai mi esprimo al passato.

Purtroppo i millenni avevano influito sul materiale e appoggiandomi fortemente sul bordo per osservare meglio l’incavo, il legno cedette, il corpo centrale si ruppe in due, le ali urtarono il pavimento roccioso della grotta e si spezzarono in più parti.

Dato che non era possibile portare via quanto restava feci un disegno accurato di tutte le parti per ricordare come era fatta quella meravigliosa macchina per volare".

 

 

Un modello di macchina volante

 

Belzoni qualche giorno dopo conobbe un capo villaggio, persona molto anziana, saggia e istruita e gli raccontò quanto aveva visto nella grotta; l’esploratore in un’altra lettera all’amico scriveva: "Mi incontrai con un notabile, capo molto rispettato, al quale raccontai della macchina volante e lui mi rispose: ‘Ricordati che gli antichi egiziani, i Faraoni, i sacerdoti, conoscevano l’arte del volo e costruirono delle macchine volanti. I sacerdoti maghi erano a conoscenza di cose meravigliose che purtroppo si sono perse; un giorno, forse, verranno trovati i rotoli con scritto sopra l’Antica e Meravigliosa Scienza, gli studiosi attuali e quelli che verranno rimarranno stupiti. Ricordati o straniero che sotto le sabbie del deserto sono custoditi dei papiri che riveleranno la Fede e la Conoscenza su cose meravigliose e incredibili di un mondo che fu’.

 

Chiesi come avevano imparato a volare e mi rispose: ‘La Scienza di un popolo molto antico che viveva in mezzo al mare e giunta dopo la loro sparizione fino a noi, permise di costruire dei mezzi volanti che si sollevavano tanto in alto da non più scorgerli’.

Dopo quelle parole disse qualche cosa ad un giovinetto che sedeva vicino a lui che si alzò ed entrò in casa. Quando ritornò teneva in mano una forma alata che mi porse, era larga tre palmi per poco più di uno di lunghezza, somigliava molto ad un uccello marino, un albatros o gabbiano che fosse, il muso appuntito, gli occhi a strisce rosse nel senso della lunghezza, ma non poteva essere un volatile perché le ali fissate al corpo erano fermate da due puntelli per parte e quindi non potevano fare il movimento di battito necessario al sostenimento di qualsiasi uccello.

‘Questo che vedi è il modello di una macchina volante ed è stato trovato nella tomba di un sacerdote, da più generazioni lo teniamo come portafortuna I sacerdoti prima di costruire queste macchine avevano studiato il volo di molti tipi di uccelli ed il movimento dell’aria sia calma che quando soffia il vento ed avevano persino scritto molti papiri su quegli studi che si trovano tradotti, così mi dissero, in una biblioteca sacra al Cairo’.

Conversai a lungo con quel notabile ed appresi molte cose sugli antichi egiziani, prima di congedarmi, chiesi se voleva vendermi quel modello che portato in Europa non avrebbe mancato di interessare gli studiosi, tanto più che con gli esperimenti dei fratelli Montgolfier, di Pilatre de Rozier, di Charles, al recente ornitottero di Degen, molti si sarebbero orientati verso l’arte del volo; il vecchio non volle e mi limitai a fare un disegno".

Qualche settimana dopo l’incontro col notabile, Belzoni si trovava al Cairo alla ricerca di quegli scritti sul volo degli uccelli e dei vari movimenti dell’aria.

A quel tempo la capitale egiziana contava poco più di duecentomila abitanti. La città del Cairo venne eretta dopo la caduta di Tebe e Menfi, nell’anno 975, dal califfo Abu Termin Mahad, soprannominato Moez Lendini Uak che significa "Nella Fede di Dio"; il Cairo inizialmente venne chiamata Kahirak, ossia "Dio Marte", in seguito cambiò nome, Masr el Kahirak e poi Kairo e Gran Cairo.

L’esploratore, dopo essersi informato, si diresse verso la moschea di El Azhar, provvista della più ricca biblioteca, con il principale collegio dove tenevano cattedra i più distinti dottori dell’Islamismo e vi convenivano i dotti dell’Istituto Egiziano delle Scienze.

La cortesia del dottore Ahmed ben Shar gli permise di prendere conoscenza di quell’antico scritto tradotto in arabo che spiegava chiaramente molte cose ignorate sull’ornitologia.

Belzoni parlando col dottore, raccontò quanto aveva visto nella grotta e rimase stupito quando questi gli confermò che non solo gli antichi egiziani erano riusciti a volare, ma anche altri popoli che erano venuti a conoscenza di cose provenienti addirittura da mondi lontani che avevano permesso loro di costruire delle macchine volanti.

 

CINZIA BALDINI

  

                                

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