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Religione e mito, leggenda o realtà? PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Venerdì 03 Luglio 2009 07:27

Molte conoscenze scientifiche degli antichi popoli non ci sono ancora pervenute, alcune ci sono pervenute ma non siamo stati in grado di coglierle, altre possono essere cercate nella religione, altre ancora sono giunte sino a noi sottoforma di mito o leggenda, perdendo quell’aspetto scientifico che, forse, ci avrebbe portato ad approfondirne ulteriormente lo studio –come nel caso della perduta civiltà di Atlantide-. Tuttavia, è logico ritenere che all’interno delle credenze religiose o mitologiche, vi siano mescolati dei fondamenti di verità: sta a noi coglierli e dimostrare scientificamente la loro validità.Se gli uomini avessero saputo che la civiltà non era nata da sapienza divina, ma da una civiltà decaduta, ciò avrebbe minato le basi stesse di una società stabile costruita sulle paure religiose. Questo spiega perché nello sviluppo delle religioni ci furono coloro che, accorgendosi di come questa cultura antica diventava pericolosa se tramandata ad un pubblico più vasto, hanno cercato di far cadere nell’oblio o di distruggere gli antichi testi.

Giorgio De Santillana nacque a Roma nel 1901. Nel 1938 in seguito alle leggi razziali si rifugiò in America dove visse, insegnando per lungo tempo al Massachusset Institute of Tecnology. Nella sua opera “IL MULINO DI AMLETO” con Hertha von Dechend (insegnante all’Università di Francoforte)

 

 

 

 

misero in correlazione oltre 1.500 miti, scoprendo una serie di elementi e di motivi ricorrenti tra tutti a dir poco incredibili: stessi personaggi, anche se con nomi diversi, stessi arredi scenici, stessi numeri ricorrenti si riscontravano in Cina, in Arabia o in Egitto a dispetto dei luoghi e dei tempi. I due studiosi affermarono che nella lingua comune del mito erano racchiusi elementi di alta astronomia, in particolare i numeri che servono a calcolare la precessione degli equinozi, i quali fuoriescono quasi per incanto, in ogni antica tradizione o argomento mitologico. Considerando che l’origine della mitologia si perde nella notte dei tempi, lo stesso De Santillana afferma che i miti nel 5.000 a.C., all’inizio della storia ufficialmente riconosciuta ai giorni nostri, erano già barcollanti per l’età, quindi la scoperta prendeva un carattere di eccezionalità, anche in considerazione del fatto che la scienza ufficiale farebbe risalire la scoperta della precessione degli equinozi al I sec. a.C. da parte di un astronomo greco, Ipparco.Egli, nel 134 a.C. in seguito all’apparizione della stella nova, decise di compilare un catalogo in cui registrare tutte le posizioni delle stelle note. Confrontando i suoi calcoli con quelli tramandati da precedenti e più antiche osservazioni, si rese conto che tutto il sistema di riferimento delle coordinate aveva subìto una modifica. Riteneva, pertanto, che la differenza riscontrata era troppo ampia per essere attribuita ad errori, e si rese conto che il sistema di riferimento delle coordinate delle stelle era soggetto ad un lentissimo e secolare spostamento.Innumerevoli sono i riferimenti degli antichi testi alle stelle; in tutte le culture la stella precede sempre un avvenimento, guida o segnala la nascita di un personaggio; è sinonimo di un evento sovrannaturale che precede una sventura, come se la catastrofe venisse annunciata da una premonizione celeste. Nel loro saggio i due studiosi ipotizzarono che dietro la comune lingua dei miti che arrivavano dal profondo passato non c’era altro che una costruzione appositamente creata per velare una terminologia tecnica di un'avanzata scienza astronomica: i miti non solo descrivono esperienze comuni, ma lo fanno utilizzando lo stesso linguaggio simbolico comune. Tutti i miti si avvalgono di un codice di lettura che è stato chiamato dopo De Santillana, precessionale, poiché in tutte le più antiche tradizioni umane si possono trovare i valori, sotto forma di numeri specifici, per calcolare con precisione la precessione degli equinozi: i valori assegnati e la simbologia utilizzata sono così coerenti che gli autori si resero conto di essersi imbattuti in un’antica scienza perduta. Dai dati in suo possesso e dalle sue scoperte, De Santillana, deduceva che le popolazioni antiche erano a conoscenza della precessione degli equinozi e che una mano unica li aveva guidati nella stesura dei miti, ma non era riuscito a decifrarne il messaggio poiché non aveva chiara la data di partenza di questo. Considerando straordinario che le antiche popolazioni avessero avuto una fonte comune da dove attingere la propria mitologia, dedusse che qualche catastrofe ciclica fosse legata alla precessione degli equinozi e, con i dati in suo possesso, quest’ipotesi poteva essere considerata più che logica ma, alla luce delle nuove scoperte, essa si rivela infondata.
Secondo lo studioso Giorgio Terzoli, creatore del “codice Terzo”, la precessione degli equinozi non fu il fine, ma il tramite con cui i nostri progenitori vollero mettersi in contatto con noi, superando le barriere del tempo e dello spazio. Il codice Terzo ci permette di comprendere che in tutti i miti ci sono gli stessi numeri ricorrenti. Ad esempio, il numero 12 mitologico è spesso affiancato ad un concetto circolare: i 12 cavalieri della tavola rotonda, i 12 apostoli, i 12 saggi, ecc… e rappresenta la raffigurazione simbolica delle dodici costellazioni zodiacali, che la precessione incontra nel suo lento incedere. Da ciò possiamo elaborare una specie di calendario precessionale in cui gli anni sono scanditi dalle ere precessionali. Questo significa che, osservando una stella da una posizione stabilita oggi e registrando la sua elevazione rispetto al meridiano, questa registrazione anche tra migliaia di anni, potrebbe essere trovata, capita ed usata per stabilire l’era o l’epoca in cui è stata fatta l’osservazione originaria. Partendo a ritroso dalla nostra epoca, il 2.000 d.C., e consapevoli di essere alla fine dell’era astronomica dei Pesci, possiamo stabilire le epoche delle altre ere precessionali:

1. LEONE dal 10.960 a.C. al 8.800 a.C.

2. CANCRO dal 8.800 a.C. al 6.640 a.C.

3. GEMELLI dal 6.640 a.C. al 4.800 a.C.

4. TORO dal 4.800 a.C. al 2.320 a.C.

5. ARIETE dal 2.320 a.C. al 160 a.C.

6. PESCI dal 160 a.C. al 2.000 d.C.


E’ possibile che gli autori e creatori della mitologia cercassero di avvertirci che qualche elemento ciclico, a tempi stabiliti e calcolabili, venga ad insediare la vita sul nostro pianeta. Il grado di convergenza di queste antiche storie è spesso abbastanza illuminante da far nascere il sospetto che siano state scritte dallo stesso autore: gli Indù, gli Egiziani, i Greci inseriscono la costellazione di Orione al centro della loro mitologia, ed anche se con nomi diversi Varuna, Osiride, Urano essa è onnipresente in ogni epoca ed è parte integrante della mitologia arrivata fino ai nostri giorni. Ricordiamo, ad esempio, che le stelle di Orione sono quelle che Ulisse deve seguire per tornare a casa. Questi incredibili “vecchi” scienziati hanno trovato il sistema di mettersi in contatto con la nostra civiltà, distante da loro ben 13.000 anni, colmando il baratro delle epoche. Utilizzando gli effetti della precessione, gli antichi abitatori del pianeta hanno fissato una data di partenza, il 10.450 a.C. nell’era astronomica del Leone riproducendo sul terreno il cielo che, precessionalmente parlando, si vedeva in quell’epoca in Egitto e in Cambogia. A questo punto è stato relativamente semplice inserire nella mitologia la data finale, indicata con un semplice numero: la fine della sesta era precessionale da quella di partenza. La cosa ancora più sorprendente è che questo messaggio è stato aggiornato in ere diverse, lasciando sempre intatte le due date: quella di partenza (era del Leone) e di arrivo (fine dell’era dei Pesci).
L’uomo diventa eroe dopo aver compreso il simbolismo precessionale, quindi non attraverso prove di forza e di abilità, bensì prove di conoscenza.

 

CINZIA BALDINI

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