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Paolo Di Pierdomenico Gladiatore Massimo PDF Stampa E-mail
Mercoledì 01 Luglio 2009 00:40
PAOLO DI PIERDOMENICO GLADIATORE MASSIMO

Nel vasto scenario dei concorsi letterari, quest’anno mi sono imbattuto in una ghiotta novità, che ha attratto fin da subito la mia attenzione, al punto da indurmi a partecipare, per vivere da vicino un’esperienza che sapevo sarebbe stata unica.
Ma forse è meglio spiegare: l’associazione culturale e casa editrice Edizioni XII ha indetto un vero e proprio torneo intitolato Circo Massimo, diviso in due diverse sezioni: fantasy e fantascienza. Dalla conta iniziale, ammontante a un centinaio di opere inviate, è stata fatta una prima selezione in modo da ottenere trentadue racconti in gara per sezione, quasi tutti leggibili on-line (per consenso degli autori). Dopo di che la sorte ha diviso i concorrenti in quattro gironi diversi per ognuna delle due categorie. Al termine di tutti gli scontri, dei successivi ottavi, quarti, semifinali e finalissime, un racconto è emerso nettamente vincitore di questa avventurosa prima edizione:  si tratta de La Polvere di Cantor, di Paolo Di Pierdomenico.
L’opera in questione è, a mio avviso, una vera perla in quello che è il panorama della fantascienza italiana oggi.
Un piccolo assaggio è questo incipit, magistralmente confezionato:

«Ricordi come ti chiami?» le chiedo.
«No.»
«Io sono Lisuarte.»
Dopo pochi passi mi fermo perché lei non s’è mossa. Osserva gli alberi e la chiesa in fondo al
viale, inascoltato monito verso l’idolatria alla scienza, che sorge appena fuori dal parco.
Sembra cogliere solo adesso i tratti singolari dell’ambiente che ci circonda. Il boschetto di
betulle deve apparirle inquietante. Questi alberi, disposti con artificiale regolarità, sembrano fruste
sul punto di schioccare o spezzarsi. I tronchi longilinei e pallidi come costole di uno scheletro sono
ricurvi tutti dallo stesso lato, ma nell’aria non c’è il minimo soffio di vento, né alcun fruscio delle
foglie. Oltre le cime penitenti svetta il campanile della chiesa, dritto come un dito verso il cielo.
L’azzurro piatto all’orizzonte è spezzato da nuvole basse, una minaccia di tempesta scolpita nel
piombo.
Tende l’orecchio; sente anche lei il riverbero di una nota sostenuta, grave e quasi impercettibile,
che aleggia nei pressi della chiesa. Guardando meglio l’edificio, notiamo che la torre offre lo
spettacolo di una campana sospesa nel punto estremo della sua oscillazione, nel momento del
rintocco.
Riprendo a camminare, lei affretta il passo per raggiungermi e si mette al mio fianco. «Dove
andiamo?» mi chiede.
«Al nostro covo. Devo portarti da Elita.»

 

Paolo Di Pierdomenico


INCONTRO CON PAOLO DI PIERDOMENICO

D: Paolo, innanzitutto benvenuto su Art-Litteram e poi permettimi di rinnovarti i complimenti, da avversario oltre che da lettore, per la splendida vittoria. Quali sono le tue impressioni “a caldo” dopo questa esperienza?

R: Il concorso è stato un gran divertimento, oltre che una soddisfazione. Dobbiamo tutto all’inventiva degli organizzatori, che hanno strutturato il concorso in scontri a cui si poteva assistere in diretta tramite le animazioni grafiche: ogni volta era appassionante stare a vedere come andava, e fare il tifo. Chiaramente questo sistema garantisce anche una grande trasparenza al concorso, che è un’altra nota di merito. Oltre questo, ho avuto occasione di leggere molti racconti in gara davvero buoni, e di parlare con gli autori sul forum, che da avversari spesso si sono trasformati in amici, quindi un'esperienza anche costruttiva.

D: E’ il primo concorso che riesci a vincere? Hai avuto altri piazzamenti fortunati in passato?

R: È il primo che vinco. Una volta vinsi un concorso per giochi di ruolo (il Labyrinth, nel 1999) ma la narrativa è una cosa molto diversa. Recentemente hanno selezionato un mio racconto breve per un concorso molto particolare chiamato 8x8, dove otto autori leggono il proprio racconto in una serata in un locale. Anche quella è stata un’esperienza interessante.

D: Parlaci un po’ de
La Polvere di Cantor. Come hai concepito la storia?

R: Sono contento che tu mi faccia questa domanda, perché ho l’opportunità di dare credito a un mio amico virtuale, Davide Quattrocchi. Davide circa un anno fa in un sito di scrittura collaborativa (novlet.com) lanciò la sfida molto interessante di scrivere un racconto dove il tempo fosse fermo. Io, che a quei tempi non avevo ancora scritto niente o quasi, buttai giù alcuni passaggi. Unendo alcune idee, insieme gettammo le basi una storia molto, molto complessa. Poi scrissi un fiume di appunti per una trama completa, ma purtroppo i limiti del sito che ho citato e soprattutto problemi di tempo (!) di entrambi impedirono l’evolversi di quel progetto. Però c’era una scena che mi era rimasta molto impressa e continuava a ronzarmi nella testa. Ripartii da quella, buttando via a malincuore il 90% delle idee che ci ruotavano intorno e cambiando impostazione, e da lì è saltato fuori il racconto per il Circo Massimo. Con Davide sono rimasto in contatto, e non escludiamo del tutto la possibilità di riprendere il percorso originale che avevamo in mente, in futuro.
Penso che questa “evoluzione” mostri come la possibilità di dialogo con altri autori e appassionati offerto dal web aiuti a generare nuove idee e stimoli a volte la produzione di qualcosa di interessante… almeno spero.

D: Anche la struttura narrativa è molto particolare. L’hai pensata subito in questo modo o l’idea ti è venuta successivamente?

R: Quando ho ripreso i miei vecchi appunti è stata proprio l’idea della non linearità che mi ha guidato nello sviluppo. Sapevo dove volevo iniziare e dove volevo finire il racconto, solo che la fine era all’inizio e l’inizio nel mezzo, per cui mi è venuta subito in mente questa strana strada.

D: Ne La Polvere di Cantor, il tempo viene come frammentato, a tal punto che il protagonista ha bisogno di iniettarsi una sostanza particolare per mantenere vivi i suoi ricordi. L’idea di un dispositivo in grado di trasformare il tempo da lineare in frattale, che riduca a pezzi il continuum, ha una sia pur minima solidità scientifica? E cosa c’entra la figura di Georg Cantor, il matematico degli infiniti?

R: Be’, non posso dire che ci sia solidità scientifica. Non mi sono basato su un modello realmente esistente, anche se dopo aver scritto il racconto sono andato a cercare se ci fosse qualcosa di simile, e devo dire che ho trovato analogie anche piuttosto marcate in alcune teorie pubblicate su riviste di tutto rispetto…
La figura di Cantor ha nel racconto una funzione simbolica.
Come sempre nel campo della fisica e della matematica vengono formulati dei modelli teorici che possono spiegare la realtà o parte di essa, ma se presi per buoni portano a dei paradossi rispetto alla nostra esperienza concreta. Era questo un tema che mi piaceva portare all’estremo. Una situazione del genere capitò a Cantor. Le sue teorie sull’infinito erano osteggiate da molti professori del tempo, perché il concetto di infinito in matematica era una specie di tabù. L’insieme di Cantor era uno dei primi esempi che dimostravano come l’infinito fosse a tutti gli effetti una misura matematica e non solo “un modo di dire”. All’inizio del 1900 il paradosso di Russell (paradosso del barbiere) lo costrinse a ripensare a parte della sua teoria degli insiemi, e a spostare la sua concezione dell’infinito su un piano quasi filosofico, al punto che più avanti con gli anni ne divenne ossessionato, o almeno così alcuni dicono. Il racconto prende per buona la possibilità che esista un modello teorico di tempo non-lineare così lontano dalla nostra esperienza da essere impensabile, e che esista uno scienziato così folle (o illuminato) che riesca invece a concretizzare quel modello tramite il dispositivo che ho descritto.

D: Nella storia della fantascienza sono molti gli scritti basati su paradossi temporali, viaggi nel tempo, distorsioni spazio-temporali e via discorrendo. Tu sei riuscito a parlare dell’argomento “tempo” senza essere banale e cadere nel già visto. Quanto è stato difficile per te non cadere in uno dei soliti cliché?

R: Mi sono lasciato suggestionare più da altri temi, a cui il paradosso temporale è risultato funzionale. Forse questo strano giro di idee mi ha evitato almeno in parte di cadere in cliché troppo noti nella letteratura di genere.

D: Cosa consiglieresti a un autore che volesse affrontare un argomento che, analogamente al “tempo”, sia stato già affrontato sotto molteplici aspetti? Sì, insomma, hai una ricetta per l’originalità?

R: Magari! No, sinceramente non sono in grado di dare consigli in merito. Posso solo dire che la realtà offre molti spunti fantascientifici, oggi, per cui forse sarebbe meglio partire da lì per cercare nuove idee che non rifarsi troppo alla tradizione letteraria. Ma se dicessi una cosa del genere, già detta da molti altri, non sarei molto originale, quindi avremmo una ricetta banale per l’originalità. Sarebbe paradossale.

D: Una curiosità. Melisenda e Lisuarte. Sono nomi molto particolari e a mio avviso estremamente evocativi. Lisuarte era Re di Inghilterra in Amadigi, poema cavalleresco di Bernardo Tasso (padre del più famoso Torquato); Melisenda fu regina, realmente esistita, a Gerusalemme durante le crociate in Terra Santa. E’ un caso che tu abbia scelto – sia pur differentemente nella finzione e nella realtà – un Re e una Regina?

R: Ulp! Mi stupisci, ne sai più di me! In realtà è stato quasi un caso. Avevo deciso che i nomi dei protagonisti dovessero essere molto irreali, sopratutto perché dei nomi troppo comuni o legati al nostro tempo avrebbero in qualche modo rovinato l’atmosfera “sospesa”. Per primo ho scelto il nome Lisuarte, solo perché mi piaceva. Per Melisenda, volevo un nome che fosse molto “forte”; sono andato a rovistare su internet a caccia di nomi un po’ arcaici e quando mi sono imbattuto in quello della regina di Gerusalemme ho pensato che sarebbe stato perfetto.

D: Parliamo della fantascienza. Credi che il panorama italiano oggi offra opere di qualità? E quale credi che sia la direzione da intraprendere per far sì che questo genere – a lungo accantonato da editori e lettori – possa riemergere?

R: Non sono un grande esperto, ma anche se ho una conoscenza limitata degli scenari un po’ più “underground”, ritengo che sia lì che covi la qualità che possa far rivivere il genere. La fantascienza è un filone che è stato più volte re-inventato, si presta di sicuro al rinnovamento meglio di molti altri, penso quasi che dal cosiddetto cyberpunk in poi sia proprio questa la “regola”. Di sicuro oggi la fantascienza è entrata nell’immaginario collettivo in una serie molteplice di forme. Sono convinto che stupire il lettore sia ancor più difficile di una volta, ma questo forse allo stesso tempo apre spiragli anche per tematiche più mature.

D: In quest’ottica, credi che i racconti in concorso al Circo Massimo fossero tutti di ottima qualità?

R: Sia nella sezione dedicata alla SF che in quella dedicata al fantastico ho avuto il piacere di leggere molti racconti davvero notevoli. È bello vedere che in giro ci sia tanta potenzialità, tante idee, e spesso anche una già affermata qualità complessiva. Anche molti altri partecipanti hanno detto che la qualità media dei racconti presenti era alta più di quanto si potesse prevedere. Per questi autori rimane il grosso problema di raggiungere il pubblico. Spero che su questo versante il web porterà una evoluzione positiva anche in Italia, dove, quando si tratta di innovare, gli ingranaggi cigolano pericolosamente e va tutto un po’ al rallentatore.

D: Pensi che internet e i concorsi letterari come quelli indetti da Edizioni XII, sempre molto accattivanti, possano dare un impulso importante a questa crescita?

R: Questo è sicuro. Per i motivi che ho detto prima, e soprattutto per gli aspetti costruttivi che ho evidenziato, che il Circo Massimo diventerà un vero punto di riferimento nel panorama dei concorsi italiani. E’ una iniziativa che fa bene, e per fortuna non è la sola. Si raggiunge l’importante obiettivo di far incontrare gli autori tra loro e questo è molto stimolante.

D: Paolo, hai in cantiere qualche progetto editoriale al momento?

R: No, in realtà. È presto per me per fare progetti in questo senso, è da poco che mi dedico alla scrittura. Per ora penso solo che continuerò a inventare storie, è una cosa che mi diverte e mi permette di essere creativo.

D:  Grazie Paolo per averci dedicato il tuo tempo e in bocca al lupo per il futuro da parte mia e di tutta la redazione di Art-Litteram.

R: Crepi il lupo, e grazie a voi!
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Daniele Picciuti

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