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Desiderio di dolore PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Grossi   
Domenica 28 Giugno 2009 22:33
 

Siamo rimasti colpiti dalla sensibilità e dalla profondità dei sentimenti di Mariano Grossi, Ufficiale superiore del nostro Esercito e desideriamo rendere partecipi i nostri lettori di questi sentimenti, pubblicando alcune sue considerazioni sulla vita e sulla poesia, accogliendolo tra i nostri collaboratori.

La redazione di Art-Litteram

 

Paqous poqos, DESIDERIO DI DOLORE” di Mariano Grossi

 

La vita dell’uomo è scansione di emozioni imprescindibili. Non è vero che esistono solo determinate creature capaci di percepirle. Tutti gli esseri umani hanno un vibrato interiore chimicamente attingibile da ciò che ci tocca: dolore, gioia, amarezza, rimpianto, felicità, euforia, strazio, rimorso, vergogna. Ci sono creature che vogliono silenziare queste sensazioni; emozione viene dal latino e-moveo, qualcosa che viene dall’esterno e scuote il corpo umano che è psiche e carne; l’emozione è capace di mischiare l’uno e l’altro nello scuotimento!

Io ho voluto ad un certo punto della mia vita non silenziare mai più le mie emozioni ed ho cominciato a scriverle; col tempo e col sostrato classico ho scoperto di essere in grado di poter mettere in rima queste sensazioni e mi son reso conto che questa possibilità mi rendeva felice per il gusto di se stessa; non mi è mai interessato quali premi nei concorsi letterari riuscissi ad attingere, non mi rendevo dipendente dal giudizio altrui (anche se sono entusiasta quando vedo gli altri che leggono i miei versi piangere o ridere assieme a me): mi preme che il Padreterno, la qeia moira che mi ispira, non cessi mai, perché proprio di ispirazione sovrannaturale si tratta; è un Essere Superiore quello che fa scattare questa individualità ed io prego che non mi abbandoni mai fino all’ultimo respiro della mia vita, perché possa permettermi di lenire un attimo il mio dolore, di plasmare nel ricordo il dolore degli altri.

Mi piace in tal senso testimoniare questa sensazione con poesie dedicate ai militari pugliesi morti in Operazioni Fuori Area; la vita mi ha portato ad assistere le loro famiglie al momento delle esequie di Stato; se il legame che ne è nato può essere corroborato da ciò che ho scritto, il mio compito su questa terra è parzialmente assolto, poiché essi sanno che dietro il numero del mio cellulare c’è la voce di un essere umano il cui cuore batte all’unisono con loro e che non si dimenticherà mai di loro!

Questo libro vuole essere un piccolo monumento, un’opera che custodisca nella memoria e faccia continuare a vivere un giovane eroe caduto mentre era impegnato in una Missione di Pace in Afghanistan”; così Maria Grazia Mellone nella sua introduzione allo splendido libro “Da Crispiano a Kabul” in memoria di uno dei virgulti pugliesi morti fuori area. Scientemente o inconsapevolmente l’autrice si sintonizza con le parole di Pindaro: “Non sono un facitore di statue, ma ciò che esce dal mio stilo vola di bocca in bocca nei simposii”. Una sorta di ammonizione mobile (monumentum era in origine monimentum) che raggiunge anche chi è lontano dal luogo del dolore, a differenza della statua che va visitata per esser nota.

É questa la funzione magicamente lenitrice dello scrivere, sia esso in versi che in prosa; la capacità di una facile eterea sintonia che fa da collante tra gli esseri disposti all’ascolto. Ne ho sentito infinitamente vivo il bisogno per spegnere in me l’assuefazione al dolore: ho diretto 28 cerimonie funebri di militari della mia terra caduti in servizio da quando sono Capo Sezione Affari Generali e Presidio dell’Ente presso cui presto servizio. Sarebbe stato molto facile diventare come un chirurgo troppo avvezzo al bisturi per intridersi della sofferenza del paziente, sarebbe stato agevole diventare il becchino di turno ed ho corso questo rischio. La poesia e la capacità di immedesimarmi in quelle madri ed in quei padri, in quelle fidanzate, in quelle spose mi hanno salvato, perché ad ognuno di loro son riuscito a donare dei versi che avranno un misero valore letterario, ma mi han già ripagato col bonus inestinguibile dell’amicizia di quelle  famiglie!

La mamma di un giovane alpino di Sannicandro di Bari ripeteva come un automa quel giorno: “Che cosa mi hai fatto, Signore? Mi hai tolto la vita! Avevo pregato tanto perché proteggessi non mio figlio, ma tutti i colleghi di mio figlio: mi hai presa in parola!”, ed i brividi scuotevano il mio corpo, pensando a Dario, mio figlio coetaneo di quell’alpino. “Sei volato lassù in Cielo dalla cima del sentiero/ sopra il monte di una terra cui non fosti mai straniero…”; nel consegnare a quella madre l’esordio della poesia dedicata al figlio, sentii la necessità di non sentirmi straniero a quel dolore, perché l’estraneità ad esso è una medicina troppo palliativa e sintomatica: esso è un  male ciclico  e recidivante, ci tocca tutti anularmente e forse solo questa intima convinzione può darcene attenuazione  nell’atto di esserne aggraffati (“Su quale figlio, quando solo spirerò,/gemere, urlare ed imprecare io potrò?/Per quali lontananze sbraitare ed inveire,/se poi saran le stesse che a te feci patire?)

La metabolizzazione del lutto non è purtroppo uniforme e qualche tempo dopo la mamma di un Sergente morto sulla linea di tiro in Irak, mi disse: “La mia vita non conta più nulla: vado avanti grazie a sedativi ed a psicofarmaci, da quando mio figlio mi ha lasciata!”. Il ragazzo era tra l’altro di una prorompenza e bellezza fisica sconvolgenti e rimasi a meditare sulla veridicità dei famosi versi di Totò: “A morte sai cher’è? E’ ‘na livella…”: penso sia difficile acquisire questa cognizione, poiché ognuno di noi si abbarbica ai falsi idoli della bellezza, della forza, della cultura, di tutto ciò che è etimologicamente fisico senza comprenderne appieno la valenza puramente transeunte. La fine di tale fisicità ci rende attoniti, specie quando ci tocca, poiché tanti di noi aborriscono inscriversi nell’idea della mortalità.

Al di là della reazione individuale e soggettiva al lutto ho trovato in tutte le famiglie una  dignità ed un orgoglio dell’appartenenza alla Forza Armata  di quei virgulti ingiustamente persi che mi ha stupito; perché nasconderlo? Certi decessi possono generare risentimento e rabbia, si pensi all’impossibilità di vedere l’ultimo volto del figlio o dello sposo giunto già avvolto nel tricolore a bordo di un velivolo da terra straniera, l’angoscia dell’attesa spesso protratta per giorni! Eppure mai ho registrato paratie e diffrazioni da quella che era la scelta del proprio caro, quasi in una convinzione intima di non arrecare duplice morte a lui, dissentendone dalle predilezioni d’arruolamento. E questo soprattutto nella vicenda più amara del giovane pilota barese, la cui opzione per la carriera aeronautica davvero ha risuonato come sinistro presagio ultimativo alla luce di quel che avrebbe potuto essere  (grande danzatore classico) ed invece non é stato (“…e riponesti col magone tutti i sogni nel cassetto/ volando giù a Pozzuoli per diventar cadetto”). Il Ministro della Difesa formulò queste parole: “Mi inginocchio davanti alla dignità ed al dolore di queste famiglie!”. Non potrebbe essere diversamente, poiché solamente un atto di simbolico e sottomesso rispetto può testimoniare l’adesione totale dell’animo a certi strazi, che non sono compensabili da alcuna speciale elargizione alle famiglie ovvero equi indennizzi e pensioni privilegiate!

Fuori di retorica, spero che una riga di un mio scritto abbia potuto lenire per un attimo il dramma di questa gente, rischiarando il ricordo di un tempo irrimediabilmente ed inopinatamente perduto.

L’eziogenesi del poetare è comunque la voce del dolore che chiede di uscire, in quanto generatore di riflessione e di meditazione; in questo credo di non esser lontano dalla elaborazione intellettuale fatta dall’amico Riccardo Maria Gradassi quando conia il termine di “meditazionismo letterario”; la riflessione sul dolore lo riplasma, perché frutto ed al tempo stesso foriero di un’attenzione all’evento algico stesso; si badi bene infatti che meditor è un frequentativo-intensivo  di medeor, derivato dal greco mhdomai che significa “aver cura di”, radice alla  base della parola principe del fine terapeutico, medicus, il curatore, il guaritore. Mi piace pertanto pensare alla poesia come terapia della sofferenza, proprio in quanto frutto di una meditazione, di un’attenzione intima su di esso.

 

Come si snodano i sentimenti ed in che modalità trovano essi via di espressione? Credo che non ci sia una modalità precostituita; ne è prova il fatto che da un po’ di tempo riesco a poetare in vernacolo, come in lingua italiana, come in inglese ed anche con qualche squarcio di ispanismo. Date all’uomo una base cognitiva tecnica letteraria e, se il suo cuore sta in ascolto, egli solleverà il mondo delle sensazioni. Le lingue classiche possono costituire un sostrato estremamente d’ausilio in questa costruzione. Ci sono titoli di componimenti che in greco o in latino trovano una dolcezza ed una musicalità che la lingua italiana non può fornire. Mi ritengo per questo un uomo fortunato, poiché vedo che la capacità di far rime, figlia della competenza lessicale e ritmica, non è esercizio comune a molti giovani d’oggi. Anch’essa spero non mi abbandoni mai!

La sofferenza e l’angoscia che spesso mi ha generato la vita sociale  e politica oramai deprivata in Italia di ogni valore e validità hanno lo stesso valore della poesia più straziante in ricordo di mamma e papà! Infine ci sono gli altri affetti, quelli più segreti e nascosti, ma che danno un turbamento interiore ancora più forte. Ci sono stati momenti in cui per ragioni di salute le parole erano andate via da me: la gioia per il loro ritorno è qui testimoniata: “Rhmata (Parole) Perse vi credevo, come le cose più care al mondo: invece siete tornate a me come una moglie,come dei figli, come un’amante!Anche a voi, come a loro, grazie, parole!La cieca fedeltà, dolce, tutto ripara! D’ogni torto ripaga!”.

Direttamente correlato al discorso della solidarietà umana generatrice di condivisione di dolore riplasmato in versi è il fenomeno del superamento degli odi e delle incomprensioni quotidiane; sono entrambi origine di frizioni e di fratture nell’interscambio della esistenze quotidiane. A me son costati  una vera frattura nelle ossa della mia faccia; a Newcastle, in un bellissimo pomeriggio inglese, due hooligans mi han fracassato uno zigomo levandomi permanentemente l’apofisi del processo coronoide della mandibola destra. Mi chiesi che significato avesse tanto odio gratuito forse geneticamente xenofobo; ma un mese dopo l’evento, discutendone con un sacerdote, mentre ero ancora in ospedale alla vigilia del secondo intervento restauratore, scoprii di aver completamente metabolizzato il rancore; non serve odiare chi ci ha fatto del male, non travalica il dato oggettivo generatore della sofferenza, non é risolutivo; molte cose avvengono nella nostra vita perché ognuno si porta dentro una storia che separa ed allontana il concetto di umanità e solidarietà reciproca; l’essenziale è dopo ogni frattura aver voglia di rimettere il collante tra uomo e uomo!

 

Com’è duro misurare degli umani quello spazio

che reciproci li sfiora, che non dà alla carne strazio!

Può riempirsi di un collante che faciliti il contatto,

 che lo renda soave e molle, generando dolce impatto;

 molto scomodo è soffiarlo con il mantice del cuore:

 comprensione, tolleranza, dure molle dell’amore.

Ben più agevole è vedere quello spazio congelato

da un ventaccio ostile, secco, che lo fa duro e ghiacciato;

i contatti son pungenti, lo sfiorarsi è fastidioso,

ogni sguardo, seppur dolce, si trasformerà in odioso.

Proprio quello m’ha impattato in un maggio a fine mese

per le strade solatie dentro un pomeriggio inglese;

in quei cubi raffreddati da un puntiglio assurdo e stolto

sono andate ad affondare tutte le ossa del mio volto.

Ma il mio cuore è ancora pieno del collante generoso,

i polmoni soffieranno vento dolce assai odoroso!

 

Il dolore ci investe direttamente e lo sforzo del superamento non si materializza soltanto nella solidarietà a chi soffre come noi o in vece nostra; quello ha un prezzo fin troppo scontato; il problema è dar solidarietà a chi spesso ci fa soffrire o darne a posteriori a coloro cui abbiamo dato sofferenza; può sembrare un approccio gratuitamente e cristianamente a buon mercato, ma io credo fortemente, sulla base della mia esperienza diretta o mediata, che sia l’unica soluzione per superare i rimorsi ed i rimpianti; non è detto che la rielaborazione del male nei versi costituisca una risoluzione ultimativa ai problemi vissuti, ma per lo meno essa cristallizza agli occhi dell’interlocutore e del protagonista di quell’attrito la capacità rimeditativa (ancora con il buon Riccardo Maria Gradassi) e l’afflato terapeutico per il superamento dell’incomprensione (“Ci ho pensato! Non avevi tutti i torti all’epoca!”); non è lontano dal vero  Friedrich Nietzsche quando asserisce che “Alcuni restano fermi su un’opinione perché immaginano di esserci arrivati autonomamente, altri perché l’hanno appresa a fatica e sono fieri di averla capita: sia gli uni che gli altri, pertanto, non cambiano opinione per vanità”; riconsiderare il torto subito ovvero quello fatto, è sempre innesco di comprensione ed agevola i legami futuri e gli approcci con altre persone o con le stesse; le rime mi hanno aiutato sovente in questo sforzo iatrogeno, puntando ad obiettivi plurimi e disparati nell’ambito dei destinatari del torto o dell’incomprensione; a volte la compagna della vita:

 

Quanto tempo non so, quercia della mia vita,

ma oggi riabbracciandoti, tenendoti le dita,

posso solo gridarti che non son più fuscello,

non sono ancora tronco, ma spunta l’alberello

e a lui ti appoggerai come ti si conviene,

a lui ricambierai tutte quelle tue pene,

ed il travaso lento di tutti i tuoi pensieri

varrà come estinzione del debito di ieri!

 

altre volte un’amante:

 

Il male che t’ho fatto con la separazione

l’ho letto nei tuoi occhi là sotto quel balcone.

Lo sguardo che lanciasti, sorpreso, trafelato,

parlava ed imprecava: “Era ora! Sei tornato!”

Sì, amore! Son tornato e adesso posso dire

le cose ch’eran dentro: riesco a farle uscire!

 

altre i figli:

 

Spero che un giorno il tempo mi consenta

veder l’ angoscia andarsene via lenta,

lasciando il posto ad un amore più sincero,

facendo subentrare un padre, un genitore vero!

 

Il dolore non va compresso, esso va analizzato e metabolizzato perché non sfoci nella disperazione; sovente esso non può esser elaborato nè trovare una soluzione nel rapporto dualistico con coloro che scientemente o inconsapevolmente l’hanno generato, spesso questa rielaborazione e superamento si realizza quando è oramai troppo tardi e la morte, il distacco permanente hanno lasciato uno iato incolmabile; ma io son convinto che la spiritualità che permea l’essenza di ogni creatura possa permettere un identico contatto tra i due poli ormai distanti e sotto differenti entità esistenziali, ancora un volta la poesia può essere il mastice, il trait d’union, sia essa rivolta a un amico perduto:

 

Ninny, come contraccambiare l’affetto buono e schivo

che tu fisicizzasti in un abbraccio e in un aperitivo?

Come potrò spiegarti in via diretta il valor delle mie assenze?

Come poter saldare del cuore e del cervello le pendenze?

 

 

 

o al genitore:

 

Morire, padre, non t’ho visto,

assente ero dal tuo letto mesto;

prossimo a te geograficamente,

distante l’animo infinitamente!

Su quale figlio, quando solo spirerò,

gemere, urlare ed imprecare io potrò?

Per quali lontananze sbraitare ed inveire,

se poi saran le stesse che a te feci patire?

Angosciosamente ciclica, terribilmente circolare

la vita nostra: al fine è reso ciò che s’ebbe a dare!

Ma forse questo, consolazione e linimento addurre allo strazio della carne mia quel di’ potrà,

e la mia mente, d’un tratto separandosi dal corpo “adesso, ciò che desti tu ricevi!” griderà

 

o alla madre:

 

e, vedrai, madre, che, forse, dentro quelle plaghe nuove

capiremo quegli sbagli, ci diremo il quando e il dove

noi sbagliammo, proveremo finalmente nel calor di quella fiamma

a spezzar ora per sempre, or per allora quel terribile diaframma

che ci tenne separati,  quando tu presente e viva

mi vedesti ormai impotente scivolare alla deriva!

 

Non si resti indifferenti al dolore! É questo il messaggio che mi son dato e che spero di trasmettere a chi avrà voglia di leggermi; è l’indifferenza, cugina dell’intolleranza, che genera l’isolamento reciproco e la solitudine cosmica di cui sembra intriso l’uomo odierno; e l’avvento della multimedialità, ben lungi da cementare e superare questa vita monadica, fornisce  all’uomo un ulteriore schermo che egli  ha paura di infrangere; conoscersi e comunicare in maniera mediata costituisce l’impronta indelebile del mutismo interiore; il dolore va vissuto immediatamente in senso etimologico, penetrandone i gangli più intimi e più repellenti: San Francesco d’Assisi ne comprese l’essenzialità baciando un lebbroso o mostrando comprensione per i lupi famelici che infestavano la periferia del borgo natio; la leggenda nata attorno, le rime, i versi che ne rendono imperitura la memoria cosa altro sono se non  l’afflato espressivo del superamento del dolore, dell’incomprensione, dell’isolamento?

Provateci, ragazzi! Può essere una soluzione! Per chi scrive lo è stata!

 

Mariano Grossi

 

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