Marina Bellezza PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Venerdì 04 Novembre 2016 01:18

 

MARINA BELLEZZA di SILVIA AVALLONE

 

Tema di fondo è il ritorno alle origini, alla propria terra, al tessuto sociale di un tempo lontano ma non perduto. 

Acciaio, scritto nel 2009, navigava ancora in un’Italia godereccia, almeno nella fotografia scattata dai media, anche se nella realtà le cose mostravano già qualche crepa.

Nel 2012 vi è un'immagine diversa, l’Italia è un paese meno accogliente di una volta, ha cessato di essere la terra promessa di opportunità nuove e stimolanti. A farla da padrone sono i verbi dell’impossibilità, di quello che non si può (più) fare. L’unica alternativa sembra quella di fuggire dai paesi tuoi, recarsi all'estero o abitare le metropoli. Ecco l’orda di coloro che per realizzarsi vanno a Berlino o a Parigi, perché la vita e le occasioni si spostano altrove.

Il romanzo racconta scelte diametralmente opposte e simmetriche. Narra le avventure di resistenza di chi, non volendo rinunciare a possibilità altrimenti negate, corre alla conquista del proprio Eldorado personale. Che può chiamarsi in mille maniere: è Milano, Roma, è un pezzo di valle da ripopolare di nascosto, quando altri se ne vanno (sempre che non scelgano, poi, di tornare).

Qual è il ritratto di coloro che decidono, controcorrente, di ritirarsi sul confine e di chi stabilisce di andarsene, espugnando vette non alla portata di chiunque? 

Marina e Andrea esprimono i poli qui evidenziati. 

Marina si lascia incantare dalle promesse di grandi città, da quella che in fondo è la via impervia di chi punta su un antagonismo senza soluzione per sbaragliare qualsiasi concorrenza. È una delle tante forme di resistenza, il prendere al volo una occasione non campata in aria, il treno del successo e della visibilità. 

Andrea, al contrario, risale la valle, quella che fu di suo nonno. Si domanda perché dobbiamo desiderare ciò che per decenni ci hanno imposto come desiderabile e, aggiungerei, sta franando sotto i piedi? Anche lui cerca il suo Eldorado, che è quello dei padri, di una generazione neanche tanto antica. Scopre l’esigenza di rinsaldare le radici piuttosto che estirparle emigrando chissà dove. 

Tornare indietro non significa retrocedere come i gamberi, ma guadagnare una dimensione non più a portata di mano, la quale offre una chiave in grado di riaccendere un motore che si è spento. In ciò cogliamo il senso delle parti che compongono il romanzo (Far West, Cowboy vs Cinderella, Eldorado). 

A ben vedere pure Andrea è combattivo. Al pari di Marina vuole vincere a ogni costo. 

È evidente, di facciata, tutta una serie di corrispondenze tra i modi di affrontare tempi non certo luminosi. In entrambi i casi vi è una terra da conquistare: il proprio io personificato, il corrispettivo mondo adulto.

In comune c'è moltissimo. Andrea arriverà persino a confidare a Marina, con rabbia:

Siamo la stessa cosa (...) Io e te siamo la stessa identica cosa.

Entrambi cercano, nel loro percorso, una forma di risarcimento. Per certi aspetti il risultato potrà risultare paradossale, il successo di Marina sembra a tratti risarcire più il padre:

Una figlia in televisione è una cosa che ti riempie di orgoglio, una figlia famosa che finisce sui giornali è una cosa che quasi ti ripaga di tutto. Che dà senso ai tuoi sacrifici.

Comune è il terreno della perseveranza, nessuno dei due getta la spugna. Ambedue nascondono dentro il cassetto un sogno, un ariete capace di abbattere il muro delle avversità. Andrea e Marina, pur correndo su sponde antistanti, abitano lo stesso fiume. L'occasionale convivenza risulta difficile, ma non c’è un vero bivio. 

A indicare la direzione della Storia è la somma delle vite di ciascuno, quella dei grandi numeri che mettono insieme tutti gli Andrea e le Marine del mondo. 

L’autrice tiene sullo sfondo la Storia - che non dà giudizi morali, ma si accontenta di tirare le fila - piuttosto che le vite dei suoi personaggi, fino a intitolare il romanzo a uno di essi. 

La strada scelta da Andrea e Marina è motivata dalle loro insindacabili aspirazioni. Per Marina è il successo, per Andrea è la vita del margaro.

Se avessero invertito i ruoli, Marina fosse rimasta ad accudire la madre e Andrea avesse seguito negli States il fratello, avrebbero vissuto vite doppiamente sbagliate. Il punto di arrivo sarebbe coinciso da subito con quello di partenza, senza far tesoro di esperienze preziose, del viaggio compiuto. 

Sarebbero mancati i necessari contrappesi e contrappassi. L’ideale sarebbe stato avere il tempo di imboccare l’una e l’altra via, traendone le conclusioni e la sintesi opportune. Non si vive mai abbastanza per assaggiare tutto. Essere in due è meglio, si possono ispezionare diverse possibilità e sperimentare un'esistenza di senso compiuto.

Cercare di stabilire chi tra i due abbia ragione, o torto, è inutile. 

Dovevano imparare a distinguere la realtà dal desiderio, mettere da parte i cliché di un certo modo di essere e giungere a una riconciliazione profonda, priva di riserve.

A riassumere il libro possono contribuire i versi di Osip Mandel’stam citati nel testo, 

“Non c’è nulla di cui serva parlare/non c’è nulla che occorra insegnare” , ai quali l'autrice fa eco:

Ciascuno stava in silenzio nel suo piccolo angolo di mondo. Perché non c’era nulla da aggiungere, nulla da replicare alla vita che stavano vivendo.

Ciò per dire che, se ci fosse il grillo parlante di Pinocchio, pontificherebbe a vuoto. 

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it:

http://www.libreriauniversitaria.it/marina-bellezza-avallone-silvia-rizzoli/libro/9788817074650?a=415021 

 

 

 

 

 

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